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Un concorso, un festival e un libro. Nel 2022 il mio impegno al fianco della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari si è dispiegato su questi tre fronti accomunati dal tema della narrazione dei luoghi. Dal concorso “L’albero delle ciliegie. Una storia tira l’altra” ha preso spunto infatti il Festival dell’Autobiografia “Un paese vuol dire non essere soli” ed è nato il libro “L’albero delle ciliegie. Storie di paesi e di paesaggi”, di cui sono curatore. Nel complesso, si è trattato di un’esperienza umana e professionale di incontro tra persone animate dall’amore per la scrittura e da un civile sentimento di salvaguardia della memoria.

Il libro nel quale sono state pubblicate le storie che hanno vinto il concorso offre al lettore un paesaggio italiano di memorie, avvenimenti ed emozioni legate ai luoghi dell’anima e al loro valore identitario. Introdotta dalla prefazione di Duccio Demetrio e da un intervento di Stefania Bolletti, questa nuova antologia ospita storie semplici e memorabili che parlano di lavoro, di solidarietà, di vita quotidiana o di guerra. Racconti in cui il pensiero autobiografico si mette al servizio del genius loci di un borgo, di un paese, o anche semplicemente di un bosco, uniti fra loro dal collante della memoria.

Come di consueto, anche questa volta ho chiesto ad Alessia Roselli Gli alberi di Alessia di interpretare lo spirito del libro con una sua idea grafica. Il risultato, come si può vedere nell’immagine, è perfetto e non ha certo bisogno di spiegazioni.

Qui di seguito il testo con cui apro la mia presentazione:

ROBERTO SCANAROTTI
Moto a luogo

«Salvare qualcosa del tempo che non saremo mai più.»1 Con queste parole Annie Ernaux, premio Nobel per la letteratura 2022, chiude la sua “impersonale” autobiografia Gli anni, romanzo e al tempo stesso saggio e cronaca collettiva del nostro mondo dal dopoguerra ad oggi.
Per la scrittrice francese la possibilità di salvare la memoria ci viene offerta generosamente dalla scrittura. Quella scrittura che nasce dall’osservazione consapevole di se stessi e della realtà in cui si è immersi, da cui prende a sua volta forma il racconto, voce che si leva dal silenzio: «un silenzio che un giorno si rompe, d’un tratto o poco a poco, e delle parole cominciano a sgorgare sulle cose, finalmente riconosciute, mentre al di sopra si vanno formando altri silenzi.»
Parole da fissare sulla carta, come spiega Annie parlando di sé in terza persona, per «afferrare la durata che costituisce il suo passaggio sulla terra in una determinata epoca, il tempo che l’ha attraversata, il mondo che ha registrato in sé semplicemente.»
La scrittura, non più vissuta come strumento di lotta, diventa così per la scrittrice una precisa scelta etica da affidare alla pratica della memoria, via indispensabile per «poter cogliere la luce che bagna volti ormai invisibili, tavole imbandite di vivande scomparse, quella luce che già c’era nelle narrazioni domenicali dell’infanzia e che non ha smesso di depositarsi sulle cose vissute, una luce anteriore.»
In questi brevi richiami a Gli anni (un libro da leggere e rileggere) non mi è difficile trovare consonanze con i fini che la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (LUA) persegue da venticinque anni a questa parte, in quanto comunità di ricerca,
di formazione, di diffusione della cultura della memoria in ogni ambito. La pedagogia della memoria, alla quale mi sono avvicinato incontrando la LUA e Duccio Demetrio, insegna che raccontando se stessi raccontiamo il mondo; che ogni
racconto è una condivisione, l’incontro con la storia dell’altro, di una comunità, di un luogo.
«Chi rimprovera all’autobiografo eccessi egoistici o, peggio, snobismo e indifferenza per gli altri – scrive il fondatore della LUA – non ha capito che le cure per sé, di cui si è tanto parlato, sono efficaci se il raccontarsi è un ascoltare le voci degli altri, ormai lontanissime a tal punto da apparire nostre.» La linea che idealmente collega il pensiero della scrittrice d’Oltralpe con quello di
Demetrio mi appare come una marcata sottolineatura degli intenti da cui è nato il concorso “L’albero delle ciliegie”. All’interno del quale il silenzio di cui Ernaux ci parla è preliminare spazio di contemplazione e nel contempo barriera da superare, da infrangere, per permettere alla narrazione di prendere forma e voce.
I centocinquanta racconti che hanno partecipato al nostro concorso sono i frutti (ciliegie, ovviamente) del silenzio di un’interiorità solidale che muove dall’io per arrivare a privilegiare e onorare il noi. Con uno scopo preciso: salvare e diffondere la memoria dei luoghi, le loro storie di vita, le persone, gli esempi, i dolori e le speranze di un passato che non può e non deve essere archiviato nel cestino dell’oblio.
Letterature sommerse, le ha definite Duccio Demetrio, le molteplici storie di luoghi e comunità che giacciono, o giaceranno, recluse in un cassetto, in un armadio o in un file destinato a disperdersi tra le cartelle archiviate. Letterature locali. Popolari.
Storie erroneamente definite “minori” in cui il legame con il posto dell’anima non entra in scena come semplice funzione di sfondo, ma come reale protagonista.
Letterature locali. Popolari. Che parlano di gente comune. Testi di regola non considerati dalla critica e dall’editoria, cui alla LUA si è sentito il bisogno di offrire riconoscimento, dignità, condivisione e salvezza. Per questo, per «salvare qualcosa del tempo che non saremo mai più» ci siamo resi conto che dovevamo metterci in movimento.

L’albero delle ciliegie. Storie di paesi e di paesaggi

AA.VV., a cura di Roberto Scanarotti, prefazione di Duccio Demetrio

Equinozi editore, 2022

pp.160, € 12,00

Il libro non si trova in vendita nelle librerie e può essere richiesto scrivendo a webmaster@lua.it

www.lua.it

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