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Svegliarsi negli anni Venti, di Paolo Di Paolo (Mondadori, Strade Blu, 2020)

Che cosa vuol dire “svegliarsi negli anni Venti” del Duemila? In che modo viviamo o pensiamo di vivere questo nuovo decennio che si è aperto nell’atmosfera funesta e disorientante della pandemia? Paolo di Paolo si è posto queste e molte altre domande, ed è così che da tre editoriali pubblicati su “Repubblica” ha preso corpo e vita il progetto della sua ultima fatica letteraria, intitolata, Svegliarsi negli anni Venti.

Non saggio in senso tradizionale, la nuova e caleidoscopica opera di Di Paolo può essere letta come un originale reportage filosofico-letterario a sfondo autobiografico, focalizzato su pensiero, fatti, emozioni e costumi sociali di due decenni – o forse dovremmo dire “ere” – esaminati e messi a confronto. L’età del jazz, della crisi dell’io e dell’arte moderna, della nascita delle grandi dittature (e di paure d’altro stampo) contrapposta all’età dell’iperintelligenza, quel “novacene” descritto da uno scienziato americano che spinge a “usare i computer per progettare e costruire altri computer”. Gli anni Venti arrivavano allora con le illusioni delle promesse e il riaffiorare di minacce, non diversamente dall’indecifrabile entrata in scena degli anni in cui ci troviamo ad affrontare il nostro disorientamento.

Svegliarsi negli anni Venti – spiega  l’autore – l’ho immaginato come un corridoio spazio-temporale tra due secoli – futuristi, futurocrati, feste dell’Età del jazz e aperitivi negati, Thomas Mann e la rabbia sociale, Kafka e gli spettri di WhatsApp”.

Seguire le orme dei viaggi compiuti da Di Paolo, reali e intellettuali, è impresa stimolante e affascinante. Sembra di essere al suo fianco, nel viaggio in quel corridoio di un tempo “molto inquieto”, mentre procede, osserva e si interroga. È in effetti anche un istruttivo resoconto di un viaggio nel tempo e nella memoria, quello proposto da Di Paolo. Lo confermerebbero le stesse domande che sono poste in apertura delle diverse parti in cui l’opera è divisa, non dissimili da quelle che si pone chi si accinge a scrivere di sé: Che ore fai?; Dove Sei?; Con chi ce l’hai?; Che cosa sai?; Che cosa provi?; e poi le ultime due, decisive: Ti fa paura il futuro? Ti senti bene? Dando voce ai personaggi che hanno fatto la storia della cultura mondiale, noti e meno noti, il libro dice, evoca, suggerisce e provoca. Le citazioni e gli aneddoti spaziano da Freud a Woolf, da McEwan a Mann, da Brecht a Gobetti, da Hemingway e Fitzgerald  a Houellebecq e da moltissimi altri autori più di nicchia cari a Di Paolo he poi si vorrebbe davvero conoscere. Tutti, indistintamente, maestri e protagonisti alla prova del cambiamento, in una società che reinventa in continuazione valori e confini, e alimenta eterni desideri.

Svegliarsi negli anni Venti, come si è accennato, è anche un testo che si può leggere da una prospettiva autobiografica. Nella polifonia del tempo considerato, una voce solista occupa infatti un ruolo tutt’altro che marginale, ora evidente, ora appena intuita. Ed è quella di Paolo, in queste pagine io-narrante privo di maschera, non deputato a garantire la sola tessitura narrativa, ma misurato corifeo che sa porgere con generosità il senso della propria testimonianza.

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