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Il 15 dicembre 2020 è stato presentato alla stampa e alle autorità genovesi e liguri il libro GLC, Un cuore da leone. Sport. giornalismo e amicizia: l’incredibile vita di Gian Luigi Corti in oltre 150 testimonianze e racconti. Di quel libro, insieme a Michele Corti e a Marco Callai, sono stato ideatore e curatore; di Gian Luigi, che ci ha lasciati il 5 settembre 2019, sono stato invece allievo, poi amico e collega in tante memorabili esperienze. Va da sé, quindi, che in questa straordinaria biografia in forma di mosaico autobiografico non poteva certo mancare la mia personale testimonianza. La copertina, indovinate un po’, è di Alessia Roselli. Il ricavato dalla vendita sarà interamente devoluto all’associazione Gigi Ghirotti per i malati oncologici di Genova.

Punti di svolta

“Pronto… ah sì …glielo passo subito…buonasera. Robertoooo: Corti !”.

Corti. Il giornalista, professore alle medie Caffaro e presidente della “palla al volo”, come diceva mia madre (pallavolo, mamma: non palla al volo… Poi ha imparato). Per me, allora, già un vero personaggio,  dotato di caratteristiche ben diverse da quelle che riconoscevo negli adulti della mia cerchia familiare, e che quindi mi incuriosivano molto. Soprattutto mi affascinava l’idea che quel dinamico giovanotto fosse tante cose insieme, tutte importanti ai miei occhi: insegnante di educazione fisica,  dirigente sportivo e per di più giornalista, parola magica per quel ragazzo che sono stato.

“Pronto…ciao Gian Luigi…”

Nella vita di ogni giovane ci sono dei momenti che dopo, da adulto, quando li ripensi, li riconosci come punti di svolta apicali, essenziali per la tua successiva crescita.  Quel tardo pomeriggio di fine estate del 1969, mentre agguantavo la cornetta del telefono a muro  che avevamo in duplex con la famiglia dei materassai (403994, il numero),  non potevo certo immaginare che stavo vivendo proprio uno di quei momenti.

Gian Luigi mi chiamava anche a nome di Carmarino per dirmi che l’allenatore della nuova squadra femminile nata dall’unione dei due vivai rivarolesi sarei stato io. In serie C, mi disse, sottolineando la fiducia che lui e il professore riponevano in me, salvo poi correggersi poco più tardi, informandomi che non sarebbe stata C, ma addirittura B, e che a settembre sarei dovuto andare al corso allenatori in programma a Coverciano tenuto da un mostro sacro del volley quale era all’epoca Oddo Federzoni,.

Non so a quali alchimie sia stato in grado di  ricorrere Gian Luigi per riuscire a ottenere l’inaspettata promozione. Conoscendolo, non credo si sia trattato solo del caso. Ma era appena l’inizio: solo col tempo avrei imparato a scoprire le risorse e le abilità di cui Gian disponeva, e che sapeva attivare con eccezionale rapidità di esecuzione e notevole dose di coraggio. Spesso perfino con una sorta di sprezzo del pericolo che a un pivellino come me, educato alla scuola del “maniman” e di certo perbenismo proletario, appariva incomprensibile, quasi inaccettabile.

Quella telefonata del 1969 è stata il battesimo di uno dei due fondamentali capitoli della mia vita che Gian Luigi mi ha aiutato a scrivere, quello del volley. Avevo diciassette anni, ero una riserva del “Gargano” in B maschile, aiutavo Carmarino seguendo i più piccoli nella palestra di Piazza Pallavicini, dove ero praticamente di casa, e mi si apriva in quel momento l’opportunità di cimentarmi con serietà nel ruolo di allenatore. Ovviamente accettai, guardando con entusiasmo verso quell’orizzonte che vedevo aprirsi davanti a me, ignaro del fatto che oltre le reti, i palloni e le sfide che mi prometteva, ad attendermi c’era un’importante esperienza di vita.

Se il professor Carmarino è stato il mentore che mi ha introdotto nei valori e nelle regole dello sport, Corti ha avuto il compito di accompagnarmi all’interno di quel mondo, in un vero e proprio percorso di formazione ispirato alla pratica dell’organizzazione, della responsabilità e del valore del gruppo.

La seconda telefonata è arrivata tra le diciannove e le venti di domenica 7 giugno 1970, quattro giorni dopo il mio diciottesimo compleanno, mentre stavo preparandomi all’esame di maturità magistrale. Non ho dubbi su ora e data perché quel momento l’ho poi ripensato e rivissuto centinaia di volte.

Telefono a muro 403994, questa volta rispondo io. Gian ormai lo conosco bene. Quell’anno abbiamo vinto il titolo nazionale allievi maschile a Modena, mio massimo risultato come giocatore, e con la juniores abbiamo sfiorato il colpaccio a Pisa  perdendo di misura nelle semifinali con la Panini di Anderlini. Da allenatore della femminile (quante cose facevo già allora…), ho vissuto l’esperienza di un campionato concluso con la vittoria del girone, imparando da Gian Luigi a organizzare e a gestire le trasferte in totale responsabilità, coadiuvato dalle “più grandi” Anna e Cristina, alle quali si sarebbe poi aggiunta Roberta. E svolgendo anche le funzioni di autista dell’eroico pulmino Wolkswagen che Gian era riuscito a rimediare da uno dei suoi infiniti e preziosi contatti.

La seconda telefonata, dicevo. Conosco il suo modo diretto, pratico, di entrare in argomento, per metterti alla prova, farti un po’ soffrire con alcune vaghe parole che ti tengono in sospeso prima di darti la notizia. Non mi stupisco, di conseguenza, quando dopo il mio “pronto” sento la sua domanda:

“Sai scrivere a macchina?”

Credo di capire dove vuole parare, anzi, lo spero intensamente, e sto al gioco. Certo che sì, ho la Lettera 32 che mi hanno regalato i miei un paio di anni fa.

“Sai usare un registratore?”

Avevo anche quello, un Gelosino a nastro con i pulsanti colorati: come no? Certo che lo so usare.

“Allora vieni subito al giornale, in via Varese. Di corsa”. E mette giù.

Quella sera, dopo aver preso il “celere” della linea S, sono entrato per la prima volta nella redazione del Corriere Mercantile – Gazzetta del Lunedì, due testate con le quali avrei poi collaborato per molti anni. Gian Luigi mi aveva offerto l’opportunità di varcare la soglia di quel mondo a cui aspiravo sin da ragazzino, mettendomi alla prova nel ruolo di dimafonista sotto l’occhio clinico di Piero Pasotti. Incredibilmente, quella sera le mie mani trovarono una velocità di scrittura alla tastiera sino a quel momento sconosciuta, allo stesso modo in cui volavano a premere ascolta-stop-riavvolgi sul registratore professionale nello sbobinamento dei pezzi dettati al telefono dai corrispondenti.

Se oggi una parte della mia pensione mi arriva dall’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti, lo devo all’opportunità che Gian Luigi mi ha offerto quel 7 giugno 1970 con la sua telefonata. Gian aveva la vera stoffa del talent-scout: sapeva scegliere le persone giuste su cui investire, offrendo occasioni, progetti, avventure da condividere. E poi le lasciava crescere, permettendo a ognuno di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, e di investire nell’opportunità che lui sapeva proporre. 

A lui devo quelle due telefonate e tutto quello che grazie ad esse ho poi voluto e saputo costruire per me stesso. E come me, so che molte altre persone possono oggi pensare la stessa cosa.

Gian Luigi ed io eravamo molto diversi. Non erano tanto i nove anni di età che ci dividevano, quanto abitudini, comportamenti, stili di vita maturati in ambienti socialmente lontani tra loro. Lui era di un’altra generazione e veniva da un’altra storia. Ci dividevano gli orientamenti politici e il senso del limite: io più prudente e riguardoso, lui diretto, amante del rischio e aperto a ogni sfida. Mano a mano che la nostra amicizia si consolidava, ci capitava di discutere anche con foga quando affrontavamo certi argomenti, ma senza mai perdere di vista il rispetto e la stima che ognuno aveva dell’altro.

Genoani, però, tutti e due.

Per tutto il tempo in cui sono stato impegnato nella pallavolo, come dirigente di società e di Federazione, oltre che come giornalista, sono rimasto “cortiano” convinto in ogni frangente: per me, anche quando non condividevo certe sue scelte, non poteva essere messo comunque in discussione il ruolo centrale che continuava a svolgere a favore dell’intero movimento pallavolistico. Nonostante gli inevitabili attriti e le inimicizie con cui ha dovuto misurarsi, dalla sua postazione di vice presidente federale ha sempre e generosamente aiutato tutti: società liguri amiche sincere e altre amiche in caso di bisogno, comitato regionale, arbitri. Senza il suo altruistico impegno e quel suo totale mettersi in gioco da cui spesso nascevano incomprensioni e fraintendimenti, la pallavolo ligure non avrebbe certamente avuto la possibilità di vivacizzarsi e crescere come poi è avvenuto. 

Per diversi anni abbiamo firmato in coppia la rubrica del volley del Corriere Mercantile, in uscita il martedì e il venerdì pomeriggio, fino a quando, sempre più impegnato come dirigente nazionale della Fipav, mi ha passato totalmente il testimone, affidandomi il compito di proseguire la missione di divulgazione della pallavolo attraverso la stampa genovese. Gazzetta del Lunedì, “Mercantile”, Eco di Genova, il Lavoro e qualche altra testata di passaggio le ho curate per diversi anni, diventando parallelamente, e con orgoglio, redattore della rivista settimanale “Pallavolo”, edita dalla Fipav, e infine anche primo direttore responsabile dell’agenzia di stampa “Liguria Sport”, antenato dell’odierna newsletter diretta da Michele Corti.

In quel periodo, al lavoro da impiegato nelle Ferrovie dello Stato affiancavo una vita parallela da giornalista, quella che la perdita di mio padre non mi aveva consentito di mettere al centro come avrei desiderato, ma che sono comunque riuscito a valorizzare nel corso degli anni continuando a collaborare con i giornali, e quindi occupandomi in via esclusiva di informazione e comunicazione del mondo ferroviario.

Regole redazionali e principi basilari dell’organizzazione li ho imparati da Gian Luigi nella pratica, ogni volta che l’ho affiancato nella gestione di eventi sportivi e uffici stampa, straordinarie occasioni per apprendere i segreti che avrei poi utilizzato con profitto nel mio principale campo professionale. Management e teoria e prassi delle relazioni pubbliche le ho sperimentate insieme a lui, prima ancora che nei corsi aziendali, frequentando i più diversi ambienti sportivi e istituzionali. Viaggi in auto a volontà, a ogni ora del giorno e della notte, sempre con il finestrino abbassato per non respirare il fumo delle sue irrinunciabili Marlboro. Con lui che, di notte, puntualmente si addormentva tra una chiacchiera e l’altra, per poi riprendere il discorso esattamente da dove si era interrotto.

Capitava ogni tanto, quando a Parma, a Modena o a Milano era in programma un incontro infrasettimanale del campionato di serie A maschile. Finivamo di “passare” la rubrica volley per il Mercantile e poi, sempre all’ultimo momento, via verso la meta, a bordo della sua Giulia, per rientrare a casa a notte inoltrata dopo le immancabili cene delle ventitré insieme a dirigenti dai nomi altisonanti nel panorama del volley di quegli anni.

Con Gian ho fatto anche il battesimo del volo, partendo una mattina dal vecchio aeroporto-baracca di Genova Sestri alla volta di Roma, Viale Tiziano 70, la leggendaria Fipav del presidente Florio, del segretario Briani e del Gabbiano d’Argento. Lui, naturalmente, è arrivato negli ultimi minuti dell’imbarco, salutando in modo amichevole tutti i politici e i manager diretti al rito degli impegni romani.

Diavolo d’un Gian, pensavo, li conosce proprio tutti. E quel che più conta è che tutti conoscono lui.

La vita, come spesso accade, ci ha poi allontanati. Nel 1990, sentendo il bisogno di rivolgere il mio impegno in altre direzioni, ho lasciato comitato regionale Fipav, Cus Genova e Gazzetta del Lunedì per dedicarmi alla crescita professionale e allo studio. Volevo laurearmi, recuperando l’occasione perduta dei vent’anni, e così poi ho fatto, andando ad assumere successivamente nuovi incarichi di lavoro a Milano e quindi a Roma, sempre nell’area della comunicazione d’impresa.

Ogni tanto ci sentivamo, e riuscivamo anche a organizzare un pranzo per aggiornarci e, magari, a discutere di qualche progetto. Ed era bello per me pensare che anche Michele e Flavio, i nostri figli, stavano trovando occasioni di incontro e di collaborazione con Liguria Sport e la nascente Stelle nello Sport.

+++

Al rientro dalle vacanze natalizie, il 3 o il 4 gennaio 2012, nella cassetta delle lettere riconosco subito la calligrafia che appare su una busta bianca. Non ho bisogno di osservare il logo di Stelle nello Sport per riconoscere la mano che aveva scritto il mio indirizzo imbucando il messaggio il 27 dicembre, come mi diceva il timbro postale.

Aperta la busta, su un cartoncino bianco con il marchio dello Sprint (lo avevo disegnato io, quel logo con il puntino rosso), leggo:

“Io ti ricordo così. Se ti vedessi più spesso potrei aggiornarmi. Auguri e un abbraccio Gian Luigi”. Dietro al cartoncino una mia foto in tenuta sportiva di vent’anni prima, quando con le famiglie avevamo partecipato alla maratona del volley di Ampezzo.

Aveva ragione Gian Luigi: era veramente arrivato il momento di risentirci e di rivederci. E da quel momento in poi abbiamo ripreso a incontrarci ogni tanto a Roma, dove spesso veniva per partecipare a qualche riunione, o a Genova, dove spesso ritorno. Insieme, con Lo Sprint, dopo aver pubblicato una mia raccolta di storie abbiamo lanciato e realizzato il progetto di “Alta in banda”. Glielo avevo proposto mentre eravamo in crociera nel Mediterraneo, con Maria Carla e Alessia, e l’idea lo aveva subito appassionato.

Era un sentimentale, il mio amico Gian. E aveva un cuore molto  generoso.

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