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L’altro volto del contagio

 

Mi sono fatto l’idea che con il covid gli italiani stiano scrivendo più del solito. La cosa, se fosse confermata da qualche statistica ufficiale, in realtà non mi stupirebbe affatto: sappiamo bene che scrivere ci aiuta in particolar modo ad affrontare quei momenti in cui la vita ci stacca dalla cosiddetta “normalità” per metterci di fronte a situazioni e scelte delicate. Come accade ora, nel tempo del contagio, quando abbiamo persino ben poco da scegliere e ci troviamo a scrivere per più di un motivo. Ad esempio: ingannare il tempo (posto che il tempo esista e lo si possa davvero fregare); cercare conforto alla condizione di isolamento che ci affligge; dire al mondo che ci siamo, e siamo vivi. Con i nostri fardelli di sofferenza e di inquietudine, certo, ma vivi, pieni di speranza e di desiderio di incontro.
Questa ultima opzione, tutto sommato, mi sembra quella che in un’ipotetica scala di gradimento dovrebbe stare al primo posto. A differenza di quelli della “spagnola”, cent’anni fa, a noi la possibilità di mantenere le relazioni la assicura comunque la Rete, madre di tutte le connessioni, sterminato spazio comune in cui non c’è obbligo né di mascherine nè di rispetto delle distanze. Tutto gira in Rete, dove peraltro gira anche “di tutto”, tra quei miliardi di narrazioni multimediali che vi approdano ogni giorno. Ma alla fine, basta poi saper scegliere quali racconti rispondano meglio alle nostre esigenze e quali debbano essere ignorati.
Mail, social e videoconferenze, da pc o da smartphone, ora non sono più demonizzate (in parte l’ho fatto anch’io, lo confesso): al contrario, si stanno dimostrando un ottimo surrogato di quello stare insieme che è cibo dell’anima. Basta un clic, come molta pubblicità non smette di ricordarci, per far sì che un “io” acquisisca il diritto a unirsi a un “noi” vasto e indefinito. Non importano i “like” che si otterranno, in fondo: è con la semplice pressione di un dito su “invio” o “condividi” che si completa il rito della scrittura, quando da intima forma di riflessione si fa anche dono per la comunità del “noi”, nel segno dell’appartenenza.
L’ho scritto, l’ho detto. Scrivo, dunque sono.
Scriviamo da vivi ai vivi per esorcizzare la morte. In Cina, a quanto riferiscono le cronache, si scrive anche a chi non c’è più: l’ultimo post del dottor Li Wenliang, quello che per primo aveva segnalato, inascolato, l’arrivo dello strano virus che poi lo ucciderà, continua a sollecitare commenti come se lui fosse ancora vivo. Ad oggi, i post registrati sono circa 900.000, molti dei quali parlano al presente, come se il dottor Li fosse ancora tra noi.
Casi clamorosi (ma emblematici) a parte, in questo momento storico e psichico in cui la morte non è solo un fatto occasionale, raccontare e raccontarsi in qualunque forma e stile possibile aiuta a stemperare le ansie e a calmare l’impazienza che nasce dal sentirsi isolati. Blog già lasciati appassire tornano a fiorire con pensieri, riflessioni, poesie, recensioni di libri o di film più o meno apprezzabili.
Fertilità della noia, energia dell’ozio creativo: di questo, si tratta, al netto dei risultati che si raggiungono e della qualità proposta.
Aggiornando il mio spazio personale (www.robertoscanarotti.com) sono rimasto sorpreso dall’interesse manifestato da altri blogger nei confronti dei miei “esercizi di scrittura”. Ricambiando la gentilezza, ho a mia volta risposto dopo aver scoperto non senza una certa ammirazione i loro interessanti scenari narrativi (segnalo “terracqueo” o “SenzAlcunaLogica”, tanto per citarne alcuni).
Dagli incontri su Facebook, ho poi appreso della pubblicazione di “Co-veni, Co-vid, Co-vinci” una raccolta di storie scritte da quarantotto autori, di cui otto bambini, ideata con l’obiettivo di «contenere la paura, la sofferenza e la preoccupazione di questo drammatico momento». Per chi ama scrivere e fotografare, inoltre, ottimi spunti creativi e opportunità di scambio li rende disponibili un’altra pagina virtuale, quella di “Condividere una foto, raccontare una storia”: già, perché dentro a ogni foto è racchiusa la storia di dove, quando e come eravamo nel momento in cui l’abbiamo scattata. Le foto raccontano, ma occorrono buone orecchie per ascoltarle.
Dobbiamo ammetterlo: il covid19 sostiene la narrazione, faccia buona di un malefico contagio. Credo sia anche per questo che la proposta della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, “Scrivere di sé ai tempi del coronavirus”, continua a raccogliere l’adesione di molte persone da ogni parte d’Italia. Alla fine di agosto, quando si spera che possa svolgersi il Festival dell’Autobiografia, alcuni testi saranno letti pubblicamente, e poi ci sarà anche un grande falò purificatore, per scacciare la brutta storia e aprirne possibilmente una nuova.
Come direbbe la mia amica Alessandra Perotti, scrivere è vivere. Continuiamo a farlo, ora che il tempo non ci manca.

Roma, 15 aprile 2020

(Questo articolo fa parte di una raccolta di contributi pubblicati sul sito della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari)

2 thoughts on “L’altro volto del contagio

  1. Gentilissimo, se del mio Blog si tratta, io la ringrazio vivamente per averlo citato. La sua analisi è molto interessante e sinceramente spero che anche dopo questo tempo sospeso che lei definisce “ozio creativo”, si possa continuare a concretizzare l’umanità in tutte le sue forme artistiche. Le auguro una buona giornata, Katia.

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