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ULTRA

Per qualche imperscrutabile ragione, la mia prima raccolta di storie non compariva più in questo mio diario di bordo. Rimedio ora, gennaio 2024, nel momento in cui sto avviando un mio importante “cambio di passo”.

“ULTRA” VENDEVA NOCCIOLINE. Nascita di un quartiere romano nei racconti degli anziani di Vitinia è il libro con il quale, nel 2013, ho avviato la mia successiva esperienza di biografo di comunità. Attivata “L’Officina del racconto”, ho ascoltato e restituito in forma narrativa le storie di vita del quartiere di Vitinia, anticipando di fatto il percorso che mi avrebbe portato a occuparmi di storie dei luoghi nell’ambito della collaborazione con la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari.

Il venditore di noccioline “Ultra”, come ho anche evidenziato nel successivo Ritorno al Risaro (2014), era stato il perno attorno al quale ruotavano molti dei racconti che dieci coraggiosi anziani mi avevano donato. Tutti ne parlavano, ognuno ricordandolo con affetto, tanto che lo avevo definito “un segno di appartenenza”. Oltre a dedicargli il titolo del libro, grazie al calore che il suo ricordo aveva creato nel quartiere, come ho poi potuto verificare ancor meglio, ho organizzato anche la sistemazione di una targa in suo ricordo nel dehor del Bar Bartoli, luogo storico di ritrovo dei vitiniesi.

Il libro contiene i seguenti dieci racconti: ”Ultra“ vendeva noccioline; Una vita da pioniera; Con le mani e con la calce; Un pallone galeotto; Vitinia, un nome che suona bene; Giardina, l’artista incompreso; Di Agro in Agro; Il maratoneta; La bellezza di Rosa; Un curioso psicologo. Completa l’opera, insieme alla prefazione e alla mia introduzione (Vedi sotto), una presentazione del quartiere riferita soprattutto all’epoca contemporanea.

La copertina e le illustrazioni, naturalmente, sono di Alessia Roselli, la persona che mi ha portato a Vitinia nel 2010 e con la quale condivido la vita. La prefazione è del fondatore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, prof. Duccio Demetrio, al quale avevo con molta umiltà presentato la bozza di stampa, per un suo parere. E’ stato proprio da quell’incontro, dopo aver da lui ricevuto una sua approvazione, superiore a ogni aspettativa, che in me è nato il desiderio di orientare la mia scrittura verso la narrativa biografica, pubblicando negli anni successivi altri racconti e diventando a mia volta uno degli animatori di quell’Università.

Per questo sono molto affezionato a questo libro, e a quello pubblicato l’anno dopo, Ritorno al Risaro, sulla scia dell’entusiasmo che si era creato attorno alla prima esperienza. Affezionato e molto riconoscente nei confronti delle persone che avevano risposto al mio invito oltre che naturalmente, al locale Centro Anziani.

Poiché ormai non vi sono più copie disponibili, pubblico qui di seguito il testo della storia che dà il titolo al libro, comunque presente nell’encomiabile biblioteca di quartiere “Sognalibro”:

“ULTRA” VENDEVA NOCCIOLINE

Lo chiamavano “Ultra” e lungo la ferrovia Roma-Ostia non c’era persona che non lo conoscesse. La prima volta che lo vide, Angela era una bambina. Era il 1962, l’anno in cui la sua famiglia decise di lasciare le Marche. «Andremo a vivere a Roma per cercare un po’ di fortuna», le aveva detto un giorno suo padre. E lo aveva detto con una tale solennità e tanta fermezza da farle subito comprendere che ogni ulteriore domanda sarebbe stata del tutto superflua. Roma, per lei, erano le foto che vedeva sui libri di scuola, la città antica dei Romani, del Papa e poco più: era un’immagine mentale, insomma, sorretta da quella visione di grandezza e di modernità che solo il vecchio «sussidiario» riusciva a evocare. Entusiasmo per un mondo da scoprire e nostalgia per il distacco furono il contrastante viatico che quella decisione le aveva consegnato già prima della partenza. Doveva lasciare le sue amiche più care e il suo magico rifugio di bambina, la grande quercia dietro casa, con l’altalena su cui, dondolandosi, sognava di volare. Ma così avevano deciso i genitori, e così si doveva fare. A Roma c’era lavoro e il progresso, dicevano. Li avevano chiamati gli zii, fidate avanguardie della migrazione familiare, che già vi abitavano e si erano dati da fare per trovare l’appartamentino in cui anche loro sarebbero andati a sistemarsi. Sul camion che a settembre li aveva portati nella nuova vita, la mamma aveva pianto e Angela si era consolata giocando a immaginare cose, luoghi, persone di un mondo che prometteva di svelarle solo sorprese e prodigi. E poi, a Roma, avrebbe potuto continuare a studiare iscrivendosi alle scuole medie. L’immaginazione, si sa, aiuta a vivere. Ma la realtà spesso non rispecchia le libere architetture dei nostri pensieri. Quando la Città eterna smise di essere un concetto astratto per mostrarsi nella sua più nuda concretezza, la delusione che Angela provò fu molto profonda. Lei non sapeva che, quando diceva «Roma», suo papà intendeva «Vitinia». Che è parte della Capitale, certo, ma come minimo un po’ meno fotogenica.Una collina circondata da campi paludosi. Pecore. Strade sterrate e polverose, che quando pioveva diventavano un pantano. Poche palazzine tutt’altro che grondanti di nobiltà storica e ben lontane dall’idea di benessere. Un appartamento al terzo piano, senza più accanto né prato, né quercia o altalena. Una borgata. Era questa Roma, il progresso?, pensava Angela. Era progresso quell’uomo che passava a ritirare i rifiuti casa per casa, caricandoseli in spalla dentro a un sacco, e a volte si tagliava la schiena perché qualche incosciente ci infilava anche delle bottiglie rotte?Papà, più avanti, le disse che sì, Roma era meglio per tanti motivi che una bambina non poteva capire e che lui, proprio per questo motivo, non si preoccupava neppure di spiegarle più di tanto: nei primi anni Sessanta, per i bambini, la distanza imposta dal rispetto per gli adulti, i «grandi», non consente ancora arbitrarie violazioni. Difficile contraddire un padre, mettere in discussione le sue parole o disobbedirgli. Se ci provavi rischiavi molto, quindi conveniva piangere un po’ e poi adattarsi. Le delusioni, comunque, per Angela non finivano qui. «La scuola, noi non possiamo. È per i ricchi» le aveva detto il padre. «Bisogna che anche tu dai una mano per andare avanti». È destino che il 1962, quando le bambine iniziano a giocare con Cicciobello, i Beatles esordiscono con Please, please me e muore Marylin Monroe, per la bambina sia destinato a essere archiviato come l’anno delle decisioni avverse. E Angela, a undici anni, si ritrova così a cucire in una sartoria del centro, lavorando anche dieci ore al giorno. Ma non poteva bastare la polverosa e fangosa Vitinia? Chissà, forse la causa di tanta sfortuna dipendeva dall’allineamento di Nettuno e Plutone, di cui avevano parlato alla radio: accadeva dopo quattrocento anni, del resto, e c’era chi diceva che portava sfortuna. E qualche bel guaio poteva ben crearlo, l’allineamento. Chissà. Ma in ogni caso bisognava ammettere che a Marylin le cose erano andate molto peggio che a lei.Fu così che conobbe Ultra: diventando una pendolare della ferrovia che collega Ostia a Roma. In mezzo ai tanti viaggiatori dalle diverse inflessioni dialettali che affollavano i treni, su vagoni carichi di umanità variegata e sudaticcia: nell’insieme un po’ dolente, certo, ma anche speranzosa. Ultra viveva a Vitinia e dicevano che era un ufficiale dell’esercito in pensione. Basso di statura e dal fisico esile, viso affilato, i capelli grigi lunghi e ondulati sul collo, era un omino un po’ stravagante e di poche parole, ma molto gentile. D’inverno indossava un cappotto piuttosto trasandato, di un paio di taglie più grandi della sua, che gli arrivava sino ai piedi e lo rendeva alquanto goffo. E portava scarpe grandi e pesanti. Forse all’epoca poteva avere sessant’anni, uno più uno meno. La prima volta che lo vide fu un giorno di novembre, appena un paio di mesi dopo il suo arrivo nel Lazio. Era uscita di casa per andare a Roma portando una busta in cui c’erano il pranzo preparato dalla mamma e le scarpette da indossare alla stazione. Ai piedi, come al solito e come facevano tutti, gli stivali di gomma indispensabili per affrontare il fango di via del Risaro, che poi toglieva quando arrivava in stazione: nella sartoria di via Frattina non l’avrebbero di certo accettata con le calzature infangate. Quando lo notò, salendo dal Risaro, lui stava arrivando alla stazione da via Sant’Arcangelo di Romagna. Lo sguardo di Angela fu subito attratto dal sacco di iuta che portava sulle spalle e da quel ridicolo cappotto fuori taglia. «E chi sarà mai quel cappotto che cammina?», pensò divertita. Poco prima della stazione – una specie di baracca o poco più – l’uomo si fermò alla fontanella e, aperta l’acqua, iniziò a farla scorrere sulle sue grosse scarpe, per togliere il fango. Un’operazione meticolosa al limite dell’eccesso: quello strano individuo, infatti, sotto al getto dell’acqua non teneva solo le suole imbrattate, ma anche scarpe e calze: si lavava i piedi, insomma, e non sembrava una semplice distrazione. A Vitinia, in quel nuovo e strano posto dove la vita l’aveva portata, molte persone erano in fondo un po’ strane. Forse, le era capitato di pensare, anche lei poteva sembrare «strana» agli altri. Ma quello era davvero stranissimo. Fu così che la curiosità di Angela, inevitabilmente, prese a crescere di intensità. Bagnarsi i piedi a novembre non era mica tanto normale: lei almeno non lo aveva mai visto fare prima. L’uomo chiuse il rubinetto e dopo qualche pestata sul marciapiede si avvicinò all’ingresso della stazione. Qui, abbassato il sacco, lo aprì, mentre un paio di persone gli si avvicinavano. Quindi Angela sentì una voce che diceva «Noccioline americane! Noccioline americane!» e capì che era proprio la voce dell’uomo. «Ultra, son fresche?», stava dicendo un signore. Ultra? Si chiamava Ultra, realizzò Angela. Che strano nome: ma esiste davvero un nome così? Tra i santi no, la bambina non lo aveva mai sentito, anche se di santi con i nomi strani ce n’erano molti. Quella parola le ricordava forse il latino della messa. C’entrava magari con sursum corda? No, difficile. Quelle il prete le pronuncia da sole e poi allarga le braccia. Agnus dei invece è l’inizio di una frase più lunga che non ricordava, ma non le sembrava che in mezzo ci fosse anche «ultra». «Quante ne vuoi?», chiese il venditore di noccioline. «Cento lire», fu la risposta. «Ecco qua: cen-to-li-re!», scandì Ultra, accompagnando ogni sillaba con una manciata di noccioline nel cartoccio. Angela in poco tempo, andando tutti i giorni a cucire, imparò che sotto quel cappotto troppo grande e malconcio si nascondeva una persona straordinaria. Ma straordinaria non come può essere un attore o un cantante famoso o un presidente della Repubblica: fuori dell’ordinario, cioè; tutt’altro che normale, in tutti i sensi. Perché Ultra aveva qualcosa che lo faceva andare oltre le apparenze e i pregiudizi. Forse il suo stesso soprannome nasceva proprio da questa intima dote, mai sbandierata, ma ben visibile agli occhi di chi non si limitava a condurre una vita stando solo in superficie. Bisognava essere pesci per capire quelli come Ultra. E scendere nel profondo. L’uomo dal cappotto extra-large parlava poco ma sorrideva come un fanciullo. Angela lo vedeva a Vitinia, sul treno e alla stazione di Piramide, dove lui passava il resto della giornata a vendere noccioline. Ai bambini non le faceva pagare, a loro le regalava insieme a un suo sorriso. Ecco, quando Angela lo vedeva sorridere sentiva che quell’espressione di dolcezza che gli illuminava il volto gli saliva direttamente dal cuore. E, ogni volta, non poteva evitare di provare una strana e rassicurante sensazione di calma, di pace. «Quante ne vuoi?», diceva Ultra. «Settantacinque lire», rispondeva il giovanottello, calcolando che con meno soldi ma più sillabe da spendere il cartoccio si sarebbe riempito meglio. E lo diceva ridendo e sapendo che Ultra sapeva e, sorridendo, stava al gioco. Anche Angela qualche volta aveva barato, per il puro piacere di partecipare a un gioco in cui il finto inganno faceva vincere noccioline in più e tanta energia positiva. Per la bambina che non aveva amato Vitinia, le sue strade polverose e impantanate, l’incontro quasi quotidiano con Ultra era diventato un piacevole momento di sollievo e di consolazione. Con l’uomo delle noccioline, nella mente di Angela il bianco e nero delle immagini romane si dissolveva lasciando il posto ai fotogrammi colorati di una visione molto più indulgente verso la nuova vita. Colori caldi, che valevano come parziale contropartita per una vita iniziata troppo presto all’insegna del senso del dovere. In cui l’abbandono dei luoghi cari e la delusione per una Roma che Roma non era l’avevano costretta a mettere il guinzaglio alla libertà di sognare.Ultra un sorriso lo regalava a tutti. E a volte, qualcosa di più. Le avevano raccontato che era stato un ufficiale dell’esercito e aveva fatto la guerra, e dalla guerra era tornato ferito nel corpo e nell’anima. Ma era chiaro che si trattava di uno che aveva studiato. Lei lo aveva capito quella volta che, avvicinandosi al capannello di persone che lo circondava, sentì pronunciare frasi che dovevano sicuramente essere quelle di una poesia: «Ahi serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchiero in gran tempesta, non donna di province ma bordello».Le avevano detto che era la Divina Commedia e che lui la sapeva tutta a memoria. Però non la diceva sempre. La Divina Commedia: lei non aveva ben chiaro di che cosa si trattasse esattamente, ma sapeva che era di Dante Alighieri e che era una poesia, anzi un poema, molto importante della letteratura italiana. Quella che lei non aveva potuto studiare, insieme a tante altre belle cose. Per Angela, forse la più giovane pendolare della Roma-Ostia di quegli anni Sessanta, Ultra di Vitinia era una presenza fondamentale nel territorio come nei paesaggi della sua anima di ragazzina. Tutti volevano bene a quell’uomo, anche quelli che a volte lo prendevano in giro facendogli qualche tiro mancino. Angela no, non avrebbe mai potuto approfittare della fragilità di Ultra. Col tempo si era lasciata avvolgere dalla bontà e dalla modestia che con la sua sola presenza il bizzarro venditore di noccioline emanava quando incontrava la gente, vendendo, regalando o declamando versi. Perché lui alle persone offriva accoglienza, e alle molte solitudini che ogni giorno si incrociavano sul treno si proponeva come figura familiare e solidale. L’ultima volta che lo vide, Angela era sposata con Umberto e nella sartoria di via Frattina aveva già cucito gli abiti per Alida Chelli e Catherine Deneuve. Ultra era affaccendato nella pulizia delle scarpe, bagnandosi come al solito anche i piedi. Lo aveva salutato e lui come sempre le aveva sorriso, ma un po’ più debolmente, le era sembrato. Poi non lo vide più. Solo qualche tempo dopo, in un negozio di via Sarsina, Angela venne a sapere da una signora che il pendolare delle noccioline era partito per l’ultimo viaggio.«Ai grandi vendeva i suoi cartoccetti – racconta Angela nel 2013 – ma erano sempre colmi molto più del valore reale. La sensazione che si avvertiva era che la sua gioia e il suo sorriso scaturivano dall’aver reso felice qualcuno. In questa società ubriaca di mille messaggi, mi dico spesso che Ultra, un uomo che aveva combattuto in guerra, forse aveva trovato l’essenza della propria esistenza. Lui si lasciava attraversare dalla vita senza farsi ferire e a noi che lo abbiamo conosciuto rimane un ricordo tenero, delicato, nostalgico, e una lezione di vita troppo grande rispetto al nostro piccolo egoismo, troppo per noi che pensiamo che la felicità coincida con l’avere, anche quando avere significa togliere ad altri. Per Ultra, a Vitinia, la felicità era donare un sorriso a chiunque. Per questo lo ricordo come un gigante, un gigante di umiltà».

ULTRA IN SCENA

La mia attenzione verso il poeta delle noccioline di Vitinia è andata oltre i confini segnati dal libro, tanto da farlo diventare l’eroe di una favola illustrata da Alessia, “Ultra e le noccioline magiche”, disponibile qui: https://youtu.be/rbf-QJI0H6U?si=OkoK2YYBJdJEoBoV . La favola è stata poi rappresentata da attrici e attori del Centro Anziani per i bambini della scuola materna e delle elementari.

Dalla sua figura ho inoltre tratto lo spunto per un racconto in cui ho immaginato fosse lui a condividere con il lettore i suoi pensieri e a rivelare la sua storia. Cambiando il nome originale del protagonista, l’ho intitolato “Confessioni di un poeta” ed è poi diventato il testo base di una originale pièce teatrale andata in scena nel 2019 a Tirano e in altre località della Valtellina, per la regia di Fulvio Schiano, con il titolo “Ultra e il segreto delle noccioline”. (vedi la locandina: Ultra)


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