Scrivere a mano: siamo ancora capaci? Come ci si sente con la penna in mano? Non dico per compilare un modulo o appuntare brevi note o la lista della spesa: intendo proprio quell’antica pratica di tradurre messaggi e pensieri dolci o amari in segni grafici da fissare sulla carta, detta “scrittura”. Come ci si sente, con la penna in mano, ora che in generale ci siamo convertiti alla tastiera? Bella e non facile domanda, questa, che mi è stata posta dal Circolo di Scrittura autobiografica a distanza della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari quando mi ha invitato a esprimermi sul mio personale rapporto con la scrittura amanuense (scrivendo a mano, va da sé).
Rivolta a più di cinquanta persone, la domanda ha generato le altrettante risposte pubblicate nel libro “Con la penna in mano. Emozioni, riflessioni, ricordi” curato da Stefanie Risse e Anna Noferi, edito da Equinozi (2023). Un’antologia di frammenti autobiografici piacevole e interessante, in cui i protagonisti sono la penna e la mano, e nella quale è presente il mio contributo:
Scrivo, dunque sono
Scrivere è divenire (Roland Barthes)
Ho davanti a me i quaderni delle elementari. Li conservo nella casa di mia mamma, oggi sorprendente novantacinquenne, e sono i custodi di un tempo che vive ancora nelle mie cellule. Almeno una volta all’anno, rispondendo al loro silenzioso richiamo, torno ad aprire lo scatolone che li contiene con l’animo predisposto a un sentimento di solennità.
Ritrovarli è sempre un’emozione.
Toccarli, annusarli e sfogliarli, prima di soffermarmi su qualche lettura, sono i momenti del privatissimo rito che apre al ritorno del bambino che sono stato. “Maneggiare con cura”, ho scritto molto tempo fa sulla scatola: il passato va sempre toccato con estremo riguardo.
Oggi ho deciso di incontrarlo ancora, quel passato. Quaderni “Bella Copia” con le copertine color marrone o blu scuro e le righe che guidano la calligrafia in base all’età, più larghe per la prima classe, e via a ridursi fino a diventare l’unica linea lungo la quale la scrittura si può muovere in piena autonomia. Un filo da equilibrista su cui tutti imparavamo a camminare, scrivendo.
Sfoglio un quaderno. Il mio sguardo si sofferma proprio sui primi passi di una diligente e precisa calligrafia, un corsivo ormai fuori moda rappresentato nei cartelli appesi ai muri della classe: a di ape, b di bue e così via fino alla z di zanzara. Maiuscole e minuscole erano i primi e basilari strumenti di narrazione per gli scolari degli anni Cinquanta-Sessanta (scolaro: parola antica). Vocali e consonanti da disegnare, più che da scrivere, secondo le regole richiamate da quell’espressione pleonastica nota come “bella calligrafia”: con grazie, svolazzi e senso di equilibrio rivolti a creare gradevole comprensibilità.
Rivedendomi bambino, penso a quei primi esercizi di scrittura come alle fasi di un percorso artigianale in cui la manualità si traduceva in rappresentazione della realtà. Nominare, e scrivere, le cose, le faceva esistere sulla carta e in me attraverso il segno lasciato dall’inchiostro. Era un esercizio grafico, prima ancora che grafologico, quello guidato dalla scrittura che ora ritrovo nei miei quaderni: un modo per dire di me, per rendere visibili i passi costitutivi della mia identità e della mia crescita. L’uso della matita precedeva il passaggio al pennino a lanterna, da intingere nell’inchiostro (quanti pasticci…), e poi alla penna stilografica. Le “biro” non erano assolutamente ammesse.
Apprendista artigiano nella mia prima officina della parola, ritrovo ora nei miei quaderni il senso di curiosità e l’interesse che quegli iniziali esercizi calligrafici suscitavano in me. Mi piaceva “disegnare” lettere e parole, impadronirmi della loro essenza per poterle plasmare a mio piacimento nei “pensierini” che mi avrebbero impegnato negli anni successivi, antesignane forme narrative di ogni mio futuro scritto: “racconta come hai trascorso la domenica”, un classico del lunedì, si concludeva regolarmente con un comodo e risolutivo “poi siamo tornati a casa stanchi ma contenti della giornata trascorsa”.
Sfoglio ancora le pagine dei miei quaderni. Scriveva bene, lo scolaretto, questo è innegabile: era ordinato, e dotato di una mano che sapeva rispondere con facilità alle sollecitazioni del pensiero. Mi piace molto la scrittura del bambino che sono stato, e gli darei gli stessi bei voti che qui rivedo, assegnati negli anni dai maestri Martini, Sturli e Carrea (tre insegnanti maschi, mai una donna, tutti cari al mio ricordo). Anzi, forse perché ora ho l’età e l’emotività di un nonno, gliene darei ancora di migliori, di voti belli, a quello scolaro. E li darei soprattutto a loro, ai maestri, che ci insegnavano ad allenare la mano come parte integrante delle nostre capacità espressive, mentre prendevamo confidenza con le prime regole grammaticali.
Ho tra le mani, ora, un quaderno di terza. Con il passaggio dalle doppie righe alla linea unica, la scrittura diventa più piccola e scorrevole. È come se dai binari del treno fossi passato all’autostrada, libero di svoltare, sorpassare, accelerare o rallentare a mio piacimento. Anche di uscire di strada.
Nelle parole che leggo in qualche tema, o nei riassunti, riesco a intravedere qualche anticipazione della mia calligrafia adulta: non tanto nell’aspetto grafico, al tempo ancora in fase evolutiva, quanto nella fluidità del segno, anticipazione di quel certo mio scrivere rapido, talvolta quasi stenografico e poco gradevole alla vista, con cui ancora oggi mi misuro.
Non sempre, tuttavia: i fattori determinanti che condizionano l’aspetto della mia scrittura sono il momento in cui scrivo, la carta su cui scrivo e la penna che uso. Scrivere è divenire, e scrivere di sé modifica anche l’approccio alla scrittura stessa, apre a una diversa consapevolezza del pensare. Malgrado l’abitudine e l’esigenza di scrivere a macchina, prima, e sulla tastiera del computer in seguito, mi piace molto scrivere a mano (direi perfino che ne sento il bisogno) sulla mia agenda o sui moleskine che da molto tempo utilizzo per appunti, riflessioni o promemoria. Ne ho alcuni nei quali ho annotato i diari dei viaggi con Alessia, testi che si presentano sensibilmente diversi tra loro a seconda della penna utilizzata: punta sottile e dura, punta più larga e morbida, inchiostro o gel finiscono per offrire allo sguardo impatti di trame cangianti, arricchite qua e là da qualche disegno. Ci sono pagine che visivamente mi soddisfano, come quelle che ho scritto con la penna stilografica: una, delle mie amate stilografiche. Penne che a turno non mancavano mai nel taschino interno della giacca, per una firma importante, per un breve testo, forse anche solo per il piacere di averle con me.
Quando uso la stilo, la mia scrittura è fluente e morbida, e mi piace. Peccato che ormai questo accada sempre più raramente.
I fogli. I fogli su cui scrivo devono essere rigorosamente bianchi: non amo affatto la costrizione della riga; preferisco far scorrere mano e penna nello spazio vuoto, indifferenti a ogni esigenza di orizzontalità o di parallelismo del testo. Libertà e disobbedienza sembrano essere i principi che guidano la mia scrittura, in totale antitesi rispetto a quelli dell’infanzia, impostati sulla ricerca di un ordine dietro al quale ora so che si nascondeva anche un certo bisogno di approvazione.
In passato, quando iniziavo a scrivere a mano, quasi sempre sentivo l’esigenza di controllare la calligrafia, di scrivere cioè nel modo più armonioso o elegante possibile, bello poi da vedersi nella pagina piena. Lodevoli intenzioni, senza dubbio, che naufragavano però tra le onde della libertà sollevate dalla stessa scrittura, nel mio caso molto ansiosa di prendere forma senza alcun vincolo di forma.
Credo che la scrittura con la penna sia stata per me, uomo rispettoso delle regole in generale, il sintomo inconsapevole di un soffocato bisogno di trasgressione. Viva la scrittura, dunque!
Nella mia vita ho sempre scritto, per lavoro e per passione. Dopo molti anni di esperienza nel campo dell’informazione e della comunicazione, l’approdo all’autobiografia e alle biografie di comunità mi ha permesso di affinare lessico, sensibilità e consapevolezza. Quando scrivo, ora, so aspettare; so, più ancora che in passato, quanto vale la cura di un dettaglio, di una parola; e penso sempre, e prima di tutto, a quello che arriverà all’immaginario lettore al quale mi rivolgo mentre scrivo. Sarò stato chiaro? Sarò riuscito a tener vivo il suo interesse? Gli piacerà, magari, quello che gli sto dicendo?
Scrivere è bello e faticoso. Quando sono al pc, cancello, correggo e rileggo più volte: se è possibile, lo faccio anche qualche giorno dopo, quando la visione del testo diventa più nitida. Se invece scrivo a penna, sulla carta, difficilmente correggo: sembrerebbe quasi che una mano sola sia più abile ed efficace delle due che saltellano sulla tastiera.
Ecco, questo proprio non me lo so spiegare. Dovrei chiedere a qualche neuroscienziato, probabilmente. O forse potrei considerare che un reale foglio bianco è altra cosa rispetto a uno schermo: più riflessivo l’antico approccio al primo; più nervoso quello al secondo.
Lento o veloce che sia, scrivere per dare forma ai pensieri o per raccontare resta in ogni caso un modo di esprimermi che mi fa sentire a casa. Di più: mi fa sentire me stesso, come testimonia il titolo “scrivo, dunque sono” che ho scelto per molti dei miei laboratori di scrittura autobiografica.
“Anch’io sono scrittura”, ci dice il Premio Nobel Octavio Paz.
Io, che non aspiro a vincere nemmeno un premio parrocchiale, mi rispecchio senza riserve in questa affermazione: con la penna o sui tasti, la scrittura è mia compagna di vita, è parte di me, della mia memoria che desidera raccontarsi e raccontare. Scrivo, come ancora dichiara il romanziere messicano, “non per ammazzare il tempo e nemmeno per riportarlo in vita, io scrivo perché il tempo mi viva e mi dia vita”.
Scrivo perché sono.