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Nella generosa disponibilità di tempo e di concentrazione offerta dal coronavirus, tra letture e scritture, ho ripreso in mano L’altrui mestiere di Primo Levi, nell’edizione Einaudi 1985, con prefazione di Italo Calvino. Lo consiglio a tutti quelli che amano scrivere, e nelle righe che seguono spiego perché.

«La capacità di osservare è la grande dote di Primo Levi». Così Calvino nella prefazione al libro.

Saper vedere oltre la superficie delle cose è indubbiamente un bel vantaggio per chi porta in sé il sacro fuoco della scrittura, anche se da solo non basta. Primo Levi, che nell’introduzione a quel libro si definisce “troppo chimico, e chimico troppo tempo, per sentirmi un autentico uomo di lettere”, un autentico scrittore lo è poi diventato facendo tesoro della sua stessa predisposizione a osservare, guardando “…il mondo sotto luci inconsuete, invertendo per così dire la strumentazione: a rivisitare le cose della tecnica con l’occhio del letterato, e le lettere con l’occhio del tecnico”.

L’altrui mestiere è una raccolta di scritti in cui le scienze, l’astronomia e la letteratura diventano oggetto della sua osservazione “di voyeur e di ficcanaso”, riuniti insieme con altri saggi. Un esempio da leggere e rileggere per comprendere in che modo il saper vedere si trasforma in uno stile nitido, scarno e preciso. Ricordando uno dei celebri aforismi di Flaiano sull’arabesco, verrebbe da pensare che all’arabesco Levi dimostra di preferire la linea retta.

Leggere è il primo comandamento dello scrittore e di chi aspira a esserlo. Sotto questo punto di vista, Primo Levi è un autore dal quale si può imparare molto, se lo si frequenta con la dovuta attenzione, spaziando dagli indiscussi capolavori di Se questo è un uomo e La tregua sino al resto della sua ampia produzione letteraria.

L’altrui mestiere lo conservo tra i libri che amo consultare di tanto in tanto, a volte solo prendendolo tra le mani e sfogliandolo, per soffermarmi su qualche passaggio. Trovo che sia un libro dotato di una spiccata personalità: un testo che non solo insegna, ma che si offre anche come prezioso manuale di scrittura utile a chiunque ambisca a migliorare le proprie qualità espressive.

Levi era un chimico, ed è da questa prospettiva che osserva la realtà che lo circonda, raccontandola. Scrivere per lui è trasformare le proprie esperienze in una forma gradita al lettore, traendo conoscenza dalla sperimentazione, e dai provvidenziali errori che da questa vengono alla luce. Così spiega l’autore nel capitolo Ex chimico: «Formulare un’ipotesi esplicativa, crederci, affezionarcisi, controllarla (oh, la tentazione di falsare i dati, di dar loro un piccolo colpo di pollice!”) ed infine trovarla errata, è un ciclo che nel mestiere di chimico si incontra anche troppo spesso “allo stato puro”, ma che è facile riconoscere in infiniti altri itinerari umani (…) La chimica è l’arte di pesare, separare, e distinguere: sono tre esercizi utili anche a chi si accinge a descrivere fatti o a dare corpo alla propria fantasia».

In Scrivere un romanzo, «dopo trentacinque anni di apprendistato, e di autobiografismo camuffato o aperto» Levi spiega che cosa si prova a scrivere un romanzo d’invenzione, un’esperienza che ritiene più felice e più difficile che trattare di cose viste. Parla della libertà che si prova, del potere assoluto che si ha sulla terra, «anzi, il cosmo; e se il cosmo ti è stretto, te ne inventi un altro che faccia al caso tuo. Se obbedisce alle leggi della fisica e del buon senso, bene; se no va bene lo stesso, o magari anche meglio; in ogni caso non scatenerai nessuna catastrofe, tutt’al più qualche lettore pignolo ti scriverà per esprimere urbanamente la sua delusione o il suo dissenso».

A proposito dei personaggi, creature strane che «non hanno né pelle né carne», ricorda che «ognuno di questi fantasmi è nato da te, ha il tuo sangue, nel bene e nel male», e quindi «rivela una parte di te»: la libertà d’invenzione è in realtà solo apparente, perché è impossibile «coniare un personaggio senza travasargli dentro, oltre ai tuoi umori d’autore, anche frammenti di persone che tu hai incontrate, o di altri personaggi». Pessoa, su questo, sarebbe molto d’accordo.

Ineludibile resta tuttavia la creatività che nasce dall’osservazione, ci dice ancora lo scrittore nel capitolo Romanzi dettati dai grilli, che si apre ricordando i consigli di Aldous Huxley: comprare una coppia di gatti, osservarli e descriverli; questo perché il loro comportamento è come sarebbe il nostro se fossimo privi di inibizioni, e quindi offre ottimi spunti al romanziere che indaga le motivazioni profonde dei suoi personaggi.

Un ultimo capitolo in cui esplicitamente Levi disserta di scrittura è A un giovane lettore, lettera indirizzata a un ipotetico aspirante scrittore che chiede di conoscere i segreti del mestiere (il testo non può non ricordare il Rilke di Lettera a un giovane scrittore). Premesso che ogni autore segue il proprio personale metodo, Levi illustra i suoi, di segreti: il riposo nel cassetto; il ricorso a un lettore-cavia non troppo indulgente; la fase dello snellimento, per evitare ripetizioni e prolissità; il ricorso ai sinonimi e alla ricchezza del dizionario in genere. La finta lettera si conclude così: «Dimenticavo di dirLe che, per scrivere, bisogna avere qualcosa da scrivere”.

Quelli che ho qui richiamato sono capitoli e brani che appartengono alla parte più esplicita di quel “manuale di scrittura” che è L’altrui mestiere. Ma gli insegnamenti che si possono trarre dal libro non si limitano agli articoli segnalati: al lettore attento apparirà chiaro come molti altri esempi utili possano essere tratti implicitamente da ogni narrazione. E come siano preziosi i consigli di un chimico.

Leggere Levi. Sempre: anche dopo il virus.

Pubblicato su Accademia di scrittura il 6 maggio 2020

 

 

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