Le storie premiate della seconda edizione del concorso letterario “L’albero delle ciliegie” nel libro che anche in questa occasione ho curato per la LUA: Una tira l’altra. Nuove storie dell’albero delle ciliegie (per richiederlo, scrivere a alberociliegie@lua.it). La copertina del libro è la stessa realizzata da Alessia Roselli per la precedente raccolta L’albero delle ciliegie. Storie di paesi e di paesaggi, declinata in una diversa tonalità di colore.
Ecco, qui di seguito, la mia introduzione:
Nei luoghi e per i luoghi. Note a margine del secondo albero delle ciliegie
Nell’anno secondo dell’Albero delle ciliegie, il Grande Racconto dell’io-noi iniziato venticinque anni fa dalla Libera Università dell’Autobiografia amplia la propria trama portando ancora una volta la scrittura a incidere tracce di memoria nel cuore di borghi, paesi, campagne, monti e riviere. Luoghi del cuore al cui solo pensiero vibra in noi quel sentimento di appartenenza che ad essi ci fa sentire uniti, essendo noi stessi debitori nei loro confronti di parti importanti della nostra formazione. I fili che ci legano ai luoghi hanno la forza e la bellezza di un’attraente ragnatela. Sono fili di parole: nomi di cose, case, persone e paesi cuciti tra loro sino a formare, e ad esibire, il disegno-trama suggerito dal vagare della memoria. Il ragno-tessitore in questo caso siamo noi, guidati dal non sempre confessabile e doloroso desiderio di nόstos, idea e bisogno di un ritorno a spazi e tempi lontani che continuano a vivere in noi, e di cui non riusciamo a non sentire la mancanza. Per questo, e per fortuna, c’è chi non si accontenta della volatilità dei propri ricorrenti pensieri o dei ricordi scambiati con l’amico di un tempo, e decide di scriverle, quelle parole che attribuiscono nomi a cose, case, persone e paesi, destinate altrimenti a essere dimenticate. Secondo Italo Calvino “la spinta a scrivere è sempre legata alla mancanza di qualcosa che si vorrebbe conoscere e possedere, qualcosa che ci sfugge”: la scrittura dedicata ai luoghi e alle loro storie diventa per noi la ragnatela resistente e ammaliante in cui imprigioniamo le parole per salvarle e trasformarle in cibo dello spirito. Non solo destinate a nutrire noi che scriviamo, ma esibite e offerte con generosità a chi ci è vicino e a chi verrà dopo di noi. Consapevoli del compito che ci assumiamo ogni volta che indossiamo i panni del testimone del tempo. Quando ci dedichiamo alle storie di un dato luogo, lo facciamo per almeno tre motivi: perché amiamo scrivere, mossi dall’istinto di narrare proprio di ogni essere umano; perché sentiamo e riconosciamo il valore della relazione con l’altro; perché abbiamo una coscienza sociale che ci indirizza all’azione. Narr-azione, dunque: l’agire dello scrittore di storie di vita e dei luoghi sembra mettere ancor più in evidenza la dinamicità che si nasconde nel vocabolo italiano con cui definiamo l’atto del raccontare. Se i requisiti di chi scrive sono quelli sopra descritti, la spinta della già richiamata “mancanza” provvede a motivare e sostenere la pratica della scrittura. E a creare in questo modo le migliori condizioni per innestare la personale testimonianza nell’impalpabilità della memoria collettiva, corale dimensione di interiorità solidale in cui l’approccio autobiografico esprime l’ampiezza della sua natura mettendosi al servizio della collettività.
Linguaggio “di qualcosa”, e non di se stesso, è quello cui si fa ricorso nelle occasioni in cui lo scrivere di sé cerca di attutire i passi dell’io nel suo vagare tra le storie di un luogo: per cercarle, per farle rivivere e lasciarle bene in vista su una pagina-tela di ragno, tessuta non per imprigionare, ma per salvare e far conoscere. Quelle che Duccio Demetrio ha classificato come “letterature sommerse”, dando vita in ambito LUA al movimento che oggi si impegna a riportarle alla luce, sono piccole storie che contribuiscono a creare “spazi d’affezione”, riconosciuti come tali in quanto luoghi in cui abbiamo vissuto esperienze felici e non, in ogni caso esperienze di crescita. Ogni luogo di vita è parte costitutiva della nostra identità: con il concorso letterario L’Albero delle ciliegie la LUA ha investito come e ancor più che in passato su questa incontestabile evidenza. Lo ha fatto come ulteriore espressione della propria volontà di contribuire a mettere in narr-azione la testimonianza, con lo specifico intento di portare l’attenzione sui paesi, i borghi, le piccole località in particolare, dove c’è ancora posto per la memoria, per le storie di vita e la vita di comunità. Se del caso, per far sì che dove l’idea di comunità si sia eventualmente indebolita, o rimanga nascosta sotto la cenere della distrazione, possa riprendere vigore grazie al risveglio prodotto dalla propagazione di nuove storie. Non pochi sono i casi esemplari a nostra conoscenza che confermano questa possibilità, e che qui non staremo a elencare. Difficile però che simile risveglio riesca a prodursi nel frastuono delle grandi città, dove le storie delle persone hanno scarsa possibilità di essere realmente raccontate, ascoltate, recuperate e tramandate, cioè di svolgere in ultima analisi la funzione educativa che ad esse appartiene. E di cui ogni individuo ha bisogno fin dall’infanzia, mentre l’ingresso nel mondo si nutre della mediazione narrativa dei genitori e dei nonni: quando ogni storia tira l’altra, come fanno le ciliegie.
Questo è il motivo per cui il concorso LUA rivolge la sua attenzione prioritariamente alle potenzialità narrative dei piccoli universi periferici, sparsi in ogni regione italiana, pur accogliendo con tutto il rispetto dovuto anche le storie dei quartieri delle grandi città, talvolta luoghi separati e interessanti, in cui il senso della memoria e della sua trasmissione hanno ancora diritto di cittadinanza. Il richiamo alle Città invisibili sembra qui inevitabile. Luoghi onirici e affascinanti, sono quelli che ci ha lasciato Calvino, in cui la città è fatta di “relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato”: Zaira, ad esempio, “lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole”. In queste città calviniane che mai ci si stanca di visitare nella rilettura, disegnandole con la matita della mente, ci si incontra, si sogna, si promuovono scambi (di merci, di parole, di desideri, di ricordi) e si produce memoria. Come noi stessi possiamo d’altronde verificare lungo i nostri viaggi alla scoperta del territorio: confortante, a questo riguardo, è la sensazione che si prova quando, visitando un borgo o un piccolo paese, ci si imbatte in qualche pubblicazione o iniziativa nate da istanze di conservazione della memoria. Alla “Libera” il progetto della Biblioteca nazionale delle letterature dei luoghi, oggi in via di sviluppo, è estremamente attento all’individuazione e alla raccolta di tutta quella varietà di testi che raccontano la storia e le storie del luogo di riferimento, e che sono spesso affiancate da altre iniziative locali: piccoli musei, biblioteche, mostre, sagre e festival con cui si rende omaggio alla trasmissione di saperi, usanze, culture sociali. E storie di vita di persone e personaggi che in quei luoghi hanno lasciato segni memorabili delle loro presenze. In netta controtendenza rispetto alle indicazioni fornite dalla bussola del marketing culturale, la LUA ha deciso proprio quest’anno di valorizzare e approfondire il tema della narrazione biografica dando vita alla scuola “Nel borgo dei canta-storie”. Articolata su quattro seminari residenziali, questa nuova proposta didattica si è data un chiaro obiettivo: formare poliedrici “animatori della memoria” interessati a sostenere il ruolo culturale e civile della narrazione nei più diversi ambiti comunitari. Già oggi, cinquanta referenti territoriali della LUA svolgono attività di promozione della scrittura e della cultura autobiografica in molte regioni italiane. Affiancandosi al corso specialistico Mnemon per biografi di comunità, la nuova scuola dei canta-storie permetterà di rinforzare ulteriormente questa presenza, dando vita a nuovi e variegati contributi di animazione culturale da destinare alle comunità e ai luoghi. Rispolverare la figura del cantastorie, estendendo i linguaggi narrativi dalla scrittura alla musica, dall’illustrazione alla rappresentazione, significa dunque rinforzare la schiera di quanti nella società odierna si oppongono con il loro operato al prevalere di una realtà governata dalle audience e dai like di una comunicazione confusa e dissolvente. Una realtà sovraccaricata dall’iper-informazione in cui le parole “storia” e “narrazione” devono avere l’opportunità di tornare a riconquistare, per quanto possibile, più ampi spazi di azione sul piano educativo. La sfida complessiva della LUA è molto ambiziosa, ma anche molto responsabile nei confronti della società in generale. Pur nel vagheggiamento di un ideale e utopistico mondo “migliore”, viene condotta avendo chiari tanto i limiti e le difficoltà che le si presentano – tecniche e culturali, soprattutto –, quanto il valore di quella pedagogia della memoria posta alla base dell’insegnamento LUA, che ci ricorda che narrare è educare ed educare è narrare. Nei luoghi e per i luoghi, naturalmente, continuando con ostinazione a sognare leggère e resistenti tele di ragno.