Ho letto Lo sbilico (Einaudi) di Alcide Pierantozzi, uno scrittore abruzzese che ho ascoltato a Pineto in occasione di un incontro pubblico, lo scorso novembre. Conoscendo il mio interesse per le storie di vita, un amico mi aveva consigliato di leggere il libro, cosa che poi ho fatto con ulteriore interesse dopo aver partecipato all’incontro con l’autore. Roba forte, non per tutti, ma che ognuno di noi dovrebbe pur leggere. Qui di seguito la mia recensione, pubblicata anche sul sito della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari.
Raccontare il proprio disagio psichico: in letteratura il panorama che si apre su questo tema spazia dalle psicosi bipolari di Virginia Woolf al “vizio assurdo” di Cesare Pavese; dalle dipendenze di Hemingway e Kerouac alla depressione di Forster Wallace. Nella poesia in particolare, basterebbe ricordare i casi di Emily Dickinson, Dino Campana, Anne Sexton, Sylvia Plath e, naturalmente, la nostra Alda Merini per rendersi conto di quale potere creativo (catartico, connettivo, terapeutico…) la scrittura di sé metta a disposizione della malattia psichica.
Anche al giorno d’oggi il ricorso alla testimonianza autobiografica da parte di chi porta il peso della sofferenza trova molti riscontri in campo editoriale. In Italia, del proprio rapporto con i disturbi mentali hanno scritto ad esempio Gaia Rayneri (Un libro di guarigione), Nicola Neri(Il bordo, due favole border-line), Violetta Bellocchio(Il corpo non dimentica), Simona Vinci (Parla, mia paura), Andrea Pomella (L’uomo che trema) e Fuani Marino (Svegliami a mezzanotte). Oltre confine, tra i nomi da considerare rientrano senz’altro quelli di Elizabeth Wurtzel (Prozac Nation), Roxane Gay (Fame), Susan Kaysen (Ragazze interrotte) e Alison Bechdel (Fun Home, memoir in forma di graphic novel).
Non sempre la scrittura è salvifica. Ma per le menti che soffrono, scrivere, oltre che desiderio di testimonianza soggettiva, è ricerca di un varco, della possibilità di riuscire almeno a dare un nome al proprio malessere psicologico: a trovare cioè le parole che consentono di allacciare un possibile dialogo con la realtà, mentre questa continua beffardamente a sfuggire.
Disturbo bipolare, spettro dell’autismo e dissociazione dell’io sono solo alcune delle diagnosi che Alcide Pierantozzi ha collezionato nella sua vita di paziente psichiatrico. Alcide, classe 1985, è uno scrittore abruzzese che ha esordito nella narrativa all’età di ventun anni. Dopo quattro romanzi e un reportage di viaggio (a piedi, lungo l’Italia), pubblicati con alcuni tra i maggiori editori italiani, ha sentito il bisogno di scegliere se stesso come oggetto di narrazione, ossia il suo squilibrio mentale, quello “sbilico” che dà il titolo al suo nuovo testo autobiografico edito da Einaudi nel 2025.
Lo sbilico non è autofiction, come l’autore precisa nelle note conclusive, ma un memoir crudo, spesso persino spiazzante per gli abbondanti e realistici dettagli che Pierantozzi descrive e su cui si sofferma a riflettere. “Ma voglio essere preciso – scrive in apertura – nel raccontare questa storia, devo solo attenermi al proposito di non inventare niente. È da tempo che non mi sento più uno scrittore, come se fossi stato trafitto nel punto in cui hanno sede le forze della scrittura. Posso solo raccontare la melma dei giorni: continui episodi di dissociazione, allucinazioni, autolesionismo, come al pronto soccorso, minacce e tentativi di suicidio che hanno annichilito la mia famiglia”.
Oltre a mettere a nudo se stesso, mente e corpo, per far comprendere come si vive da “abusivo nel mondo dei normali”, Alcide è diretto e preciso, non di rado spietato, anche nel presentarci persone, comportamenti e ambienti con cui si relaziona a Colonnella e a Milano. Lui stesso lo definisce “un diario di bordo della malattia” in cui si racconta una verità molto spesso alterata dai farmaci e dagli scompensi emotivi. Cursore narrativo che attraversa e sorregge lo sviluppo del racconto fin dall’incipit, è certamente la figura della madre, la cui malattia è il punto di svolta della vita di Alcide, quando ha ventisette anni e “qualche disturbo psichico ancora gestibile e un libro, il mio terzo, a poche settimane dall’uscita”.
Iniziano proprio dal ritiro del vetrino del tumore della mamma i tre anni di smarrimento raccontati nel libro, quelli che in modo chiaro e netto vengono nominati come “l’impazzamento vero e proprio”. Dove allucinazioni e ossessioni sono le subdole compagne del suo sostare sul precipizio.
Alcide è ossessionato dalle parole: a tredici anni aveva trovato una copia del Dizionario dei sinonimi e contrari De Agostini: “mi misi in tasca quello che avevo raccolto, senza sapere che con quel gesto stavo arricchendo il mio destino”. Nell’alternarsi dei diversi piani di vita narrati, si rivela forte e determinante l’urgenza di cercare nei libri e nei dizionari parole sempre più esatte, nell’instancabile ricerca di poter nominare il proprio mistero. In biblioteca, come pure in palestra – dove cerca di compensare con il corpo ciò che manca alla mente – follia, talento innato e ostinato impegno donano all’autore una scrittura di cui il lettore attento non può non riconoscere sia la sfidante potenza del testo che la qualità dello stile letterario.
Quella di Pierantozzi è una seducente prosa che va oltre il lamento della sofferenza e della solitudine per mostrare lo sbilico da dentro, nella sua più cruda dimensione psichica. Se scrivere, come Alcide afferma, è tutt’altro che un progetto di salvezza, serva almeno a far sapere che “noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi”. Intento che a lui certamente riesce: lo sbilico riguarda in fondo un po’ tutti, anche noi “normali”. Le pagine di questa autobiografia d’autore colpiscono per la forza della verità e fanno riflettere non solo sulla fragilità umana, ma anche sui pregiudizi, sull’ignoranza e sul silenzio che continuano a gravare sulle malattie mentali.
Alcide Pierantozzi, Lo sbilico, Bompiani 2025,