Home

Una mia testimonianza autobiografica pubblicata nell’antologia Svolte. Quando la vita cambia, curata da Stefanie Risse ed edita da Equinozi (2025) per il Circolo di Scrittura e cultura Autobiografica a distanza della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (leggi qui una recensione del libro).

C’era una svolta

(…) Quando la vita chiama, il cuore sia pronto a partire ed a ricominciare,per offrirsi sereno e valoroso ad altri, nuovi vincoli e legami. Ogni inizio contiene una magia che ci protegge e a vivere ci aiuta (…). Herman Hesse

L’idea si era illuminata una mattina di giugno, mentre passeggiavo con Alessia sulla spiaggia di Pineto. Affrancato dal lavoro, da poco più di un anno mi ero riappropriato del mio tempo, cioè di me stesso. E avevo rifondato la mia vita accanto a lei, a Roma, da dove spesso fuggivamo per goderci la tranquillità e la bellezza di quel tratto di costa abruzzese.

Roma aveva molto da offrire a chi riusciva a tagliare il traguardo della pensione, sicuramente più della mia amata Genova. Forse, mi dicevo, sarebbe stata anche terreno fertile per quel progetto che mi intrigava da tempo, prima ancora di sapere che la Capitale, da luogo di lavoro, sarebbe in realtà diventata mio luogo di vita insieme ad Alessia e a Davide.

Ma occorreva tempo, pazienza e riflessione.

In quel primo periodo da forzato e in parte insoddisfatto nullafacente moderavo i miei dialoghi interiori lungo le esplorazioni del quartiere in cui vivevamo, Vitinia, e le passeggiate solitarie nella campagna circostante. Verso sera, poi, aspettando Alessia, cucinare qualcosa a cena per lei e per l’allora adolescente di casa era un rilassante rito di attesa, dagli esiti del quale raccoglievo in genere confortanti segni di apprezzamento. Lei lavorava tutto il giorno, lui fingeva di studiare. Al mio effervescente passato da comunicatore professionale si era sostituito un presente privilegiato, certo, ma per me troppo aperto al rischio di una possibile e non desiderata quiete esistenziale. Senza progetti si inaridisce, mi dicevo, mentre cercavo di metterne a fuoco almeno uno, tra i tanti possibili, che fosse davvero mio.

Una gratificazione, devo ammettere, me la stavo già regalando mentre mi dedicavo alla scrittura di Destinazione immaginario, il libro che saldava i conti con il mio passato in ferrovia[1]. La scrittura era un punto fermo che continuava a chiamarmi, signora assoluta delle mie passioni. Ma da sola non bastava a colmare quel lieve senso di disorientamento che provavo nella mia nuova vita.

Tutti, prima o poi, aneliamo alla libertà dall’impegno professionale, ma non sempre siamo pronti a gestirla. Per me, citando ad esempio Gaber, vale il motto “libertà è partecipazione”. Considerato che in quel periodo, letture a parte, godevo solo della mia personale e a volte ingombrante compagnia, a Vitinia mi mancavano quindi gli altri: compagni di squadra, di gita, di gioco, di studio. In una parola: amici. In carne e ossa, visibili e vicini. Nel quartiere, a cavallo tra 2011 e 2012, mi sentivo un estraneo, uno che non conosce e non è conosciuto. Trasparente e isolato. Ma la parte del Robinson Crusoe, come quella del pensionato, non mi piaceva affatto, e fu anche per questo che mi decisi a dare una possibilità a quella vecchia idea da cui non riuscivo a staccarmi.

In quella mattinata abruzzese, nella benefica fusione tra la brezza marina del Cerrano e il caldo respiro dei pini, la passeggiata a fil di battigia aveva di colpo chiarito ogni cosa, tanto che ne parlai subito ad Alessia, ricevendo da lei comprensione e incoraggiamento. Nel bar di fronte a Villa Filiani, poco dopo, sul margine di una pagina di giornale scrissi gli appunti che avrebbero poi dato a quell’idea la dignità di progetto.

Qualche giorno dopo il rientro a Roma da Pineto, il presidente del centro anziani di Vitinia accolse con entusiasmo la mia proposta: invitare i soci a ritrovarsi per raccontare e condividere le loro storie. Volevo realmente conoscerlo, quel luogo di cui avevo letto solo qualche scarna notizia nel web, sorto dal nulla quando l’Italia si era appena dotata della sua Costituzione. Volevo conoscere la sua energia, forse i suoi segreti, e quindi avevo pensato di rivolgermi proprio agli anziani, numi tutelari e insostituibili della memoria di ogni luogo. Raccontatemi le vostre storie, dissi loro, e ve le restituirò con le mie parole.

A Pineto, nel bar, avevo tracciato le coordinate per “l’Officina del racconto”, il progetto di narrazione e di comunità che avrei poi presentato a dicembre nell’affollato salone del centro anziani vitiniese. Encomiabili per coraggio e generosità, furono dieci le persone che si fecero avanti, sette donne e tre uomini, tutti desiderosi di raccontarsi e di raccontare.

Nei mesi successivi ci incontrammo puntualmente ogni settimana. E a Natale 2013 uno dei regali più diffusi fu il nostro libro “Ultra” vendeva noccioline, prodotto in proprio e validato dalla prefazione di Duccio Demetrio: già, proprio lui, l’autore di Raccontarsi, il  libro che nel frattempo avevo letto e riletto. Il fondatore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari.

Il professore lo avevo avvicinato al termine del Festival del 2013. «Ho scritto le storie di un gruppo di anziani e vorrei sapere cosa ne pensa», gli dissi con coraggio e un po’ di sfacciataggine. Lui accettò gentilmente le bozze del libro, ormai pronte per la stampa, e appena una decina di giorni dopo mi comunicò via email, con mia grande sorpresa, che avrebbe scritto la prefazione. Purtroppo non ho più il suo messaggio, ma conservo indelebilmente in me l’emozione che provai leggendolo.

Nel giro di un anno, alle idee annotate su un pezzo di carta di giornale ero riuscito a fornire le gambe adatte a percorrere gli ampi spazi progettuali che mi attendevano nell’ambito della Libera Università dell’Autobiografia. Grazie alla quale, e grazie in modo particolare a Duccio, negli ultimi dieci anni sono riuscito a dare senso e scopo al mio desiderio di partecipazione: raccogliendo e raccontando storie di vita, promuovendo nel ruolo di formatore la scrittura e la cultura autobiografica e collaborando attivamente nell’organizzazione dei festival LUA.

Ho ripensato a quei momenti, con riconoscenza, il 16 gennaio 2025, quando nella sala Corneli di Villa Filiani, nuovamente a Pineto, si è tenuta la presentazione pubblica della mia nuova Officina del Racconto, primo presidio abruzzese della Libera Università dell’Autobiografia.

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. E libertà è sempre partecipazione. Da un anno Alessia ed io, salutata Vitinia, siamo venuti definitivamente a vivere qui, in riva all’Adriatico, dove tredici anni prima era maturata la svolta dei miei sessant’anni. O, forse, dovrei dire la svolta delle svolte, cioè dei numerosi bivi di fronte ai quali ho dovuto prendere delle decisioni. Decidere significa “tagliar via”, un’azione con cui ci si può anche fare del male, ma necessaria. Penso agli alberi, che per rinvigorire e dare nuovi e sani frutti devono essere potati, e mi dico che anche noi siamo come loro: con i tagli inferti dalle nostre decisioni, la vita poi ricomincia e si rigenera.

Conservo ancora tra le cose care quella striscia di carta di giornale con i miei appunti, origine e simbolo di uno dei più importanti e rigeneranti cambi di passo della mia maturità. “Ogni inizio contiene una magia che ci protegge e a vivere ci aiuta”, ha scritto Herman Hesse: possiamo forse non essere d’accordo con lui?


[1] Al riguardo vedi Ferroviere mai in Quella volta su un treno, AA.VV. a cura di Roberto Scanarotti e Stefanie Risse, Equinozi, 2022.

Lascia un commento