Luoghi in racconto
Nuovi frutti dall’Albero delle ciliegie
a cura di Roberto Scanarotti, Equinozi editore, 2024
Luoghi in racconto” (Equinozi) è il terzo titolo della trilogia nata dal concorso letterario “L’albero delle ciliegie”, che anche quest’anno ho curato per la Libera Università dell’Autobiografia. Il libro presenta dodici racconti, i sei premiati più altri sei selezionati tra quelli dei finalisti. Leggendoli, si viaggia nella memoria e nella geografia dei borghi, dei paesi, dei quartieri urbani, tra storie di vita e di costumi sociali che hanno ancora molto da stupire e da insegnare. Spero proprio che questo volume, come pure i due precedenti, possa finire nelle mani di ragazze e ragazzi delle nuove generazioni, proponendo loro qualche occasione per riflettere sul valore della memoria e della sua conservazione. Senza dover ricorrere in questo caso all’aiuto dell’Intelligenza Artificiale, ma affidandosi solo all’antica e più modesta intelligenza artigianale che è propria di chi scrive.
Nell’introduzione a questa nuova raccolta ho affrontato il tema della narrazione dei luoghi partendo dall’approfondimento di alcuni aspetti che la caratterizzano. Qui di seguito pubblico il testo completo (il libro può essere ordinato scrivendo a segreteria@lua.it).
AUTO-LUOGOGRAFIA
In principio ci sono le storie, dunque. Campi magnetici. Spazi di identità. (Alessandro Baricco)
Dichiaro subito che il titolo di questa introduzione al terzo libro dell’Albero delle ciliegie è debitore, per ispirazione, nei confronti di Autobiogrammatica, il potente e originale memoir con cui Tommaso Giartosio ha posto la parola al centro dell’universo esistenziale, proponendola come elemento costitutivo di ciò che siamo. Nel nostro caso, il gioco lessicale da cui sono stato attratto e che mi ha portato a pensare ad auto-luogografia nasce con evidenza dalla particolare centralità che il luogo, spazio reale e specifico, può arrivare a occupare quando si allea con il logos e diventa punto focale della scrittura di sé. Esattamente, ho pensato, quella combinazione di fattori che ha mosso l’impegno delle persone che in questi ultimi tre anni sono state attratte dal concorso di scrittura L’albero delle ciliegie, dedicato, appunto, ai luoghi.
Auto-luogografia, a mio parere, è parola che ben si presta a essere accolta come efficace sintesi lessicale della pratica narrativa in questione, e simbolica cornice della stessa. Una cornice che, mentre ospita e valorizza l’incontro fusionale tra il sé (auto) con la scrittura (grafia) del luogo, valorizza e chiarisce il proprio contenuto: dietro a quella parola composta ci siamo noi e ci sono i luoghi della vita che desideriamo onorare, raccontandoli e raccontandoci.
Procedendo sulle tracce di questa ipotesi-proposta, aggiungerei un’altra osservazione: un testo auto-luogografico, per essere tale, non deve sostanziarsi nel racconto di un io nel tale paese, borgo o quartiere, ma in quello di un io per quel paese, borgo, quartiere. In questo modo, raccontandolo, il luogo può essere elevato dal più abituale ruolo di scenario al rango di personaggio: di un protagonista degno di essere omaggiato dall’io autobiografico con l’offerta di riconoscenza e di nuova memoria.
Come avevo già annotato introducendo le due raccolte di storie che hanno preceduto la presente[1], nel genere sollecitato dal concorso la scrittura autobiografica ha il dovere di mettersi al servizio della biografia territoriale: il sé narrante, oltre a doversi confrontare con il sé lettore, ha quindi il non facile compito di farsi tessitore di trame misurate, abili ad armonizzare la presenza del sé con lo spirito del luogo, in modo da riconoscergli il ruolo di personaggio principale. Detto in altri termini, si tratta quindi di tenere sotto controllo le prevedibili esuberanze di quel naturale primattore che chiamiamo io educandolo a farsi cantore di ciò che in definitiva costituisce parte di se stesso, della propria storia, e che include a priori uno spiccato senso del noi.
Mettendo da parte certe ricorrenti letture ideologiche del concetto di identità che tendono a contrapporlo a quello di alterità, credo sia indiscutibile che i luoghi, nell’intima relazione che si stabilisce con chi li abita, siano generatori di valore identitario. Un luogo in cui si è vissuto o nel quale si sono trascorsi momenti rilevanti della propria esistenza lascia sempre tracce profonde nell’esperienza umana. Insegna, forma, orienta, interroga, emoziona. È strumento di auto-conoscenza e di conoscenza; di comprensione e inclusione dell’altro. E anche di più: il luogo che si ama e si ripensa va ben oltre le dinamiche attivate dalla nostalgia: in realtà esso ha il potere di commuovere, ossia di “far muovere insieme” verso qualcosa che risiede nell’intimità dell’io. Grazie alla co-mozione, il luogo mette così in movimento la produttività della narrazione, e quando questa dal pensiero e dall’oralità viene traghettata sulla sponda della scrittura, facendosi narr-azione, sono le sue stesse componenti molecolari che provvedono a farsi carico del necessario supporto, offrendo utili e adeguate parole alla penna di chi scrive.
Immagini, persone, mestieri, botteghe, cibo, usanze, giochi, linguaggi, musiche, ritualità, storie vere e leggende. Eventi gioiosi e tristi, momenti memorabili. Paesaggi, partenze e distacchi. L’archivio tematico a cui si può attingere si dispiega passo dopo passo mentre si procede nella ri-osservazione attuata dal ricordare. Arrivano poi da qui, le indispensabili domande che aiutano a fare ordine nelle prospettive del tempo che vive in noi.
Mentre raccontiamo il luogo, il luogo ci racconta. Scrivendone, ci prendiamo cura di esso restituendogli quello che ha dato a noi: dopo esserne stati figli, a qualunque età ciò sia avvenuto, raccontandolo ne diventiamo genitori[2].
L’auto-luogografia è pratica narrativa che fa emergere in chi scrive questa duplice condizione relazionale. Come ho già ricordato, è – deve essere – scrittura di sé al servizio del luogo, ma per esserlo totalmente deve rispettare quell’altro e preliminare criterio annunciato dal regolamento dell’Albero delle ciliegie, nel quale leggiamo che l’intento è di “sostenere, preservare e diffondere il valore identitario e memoriale dei luoghi”. Si scrive di essi, quindi, non solo per appagare le legittime pulsioni dell’istinto di narrare: lo si fa anche per difendere e trasmettere la memoria come leva sociale ed educativa, e perché si crede nel potere socialmente coesivo di questa pratica, oltre che della narrazione in generale. Senza dimenticare che i racconti allenano alla vita, ad ogni età.
Da questa visuale, analogamente a quanto riguarda il campo delle biografie di comunità, ne consegue che l’auto-luogografia sarebbe anche l’espressione di un sentire-agire autobiografico tra le cui motivazioni risaltano affettività, responsabilità e spirito di inclusione. Una forma di militanza civile, in un certo senso, che va nella direzione contraria a quella dettata dall’individualismo imperante e dallo storytelling consumistico.
Sottolinea Paolo Jedlowski: «Le storie, le racconta qualcuno. E c’è qualcuno che ascolta. Così, sono fra di noi. O propriamente costruiscono il noi: noi qui legati dall’atto della narrazione, noi che conosceremo la stessa storia»[3]. Piccola o grande che sia, è la comunità che si avvantaggia dalla diffusione del racconto dei luoghi, prendendo coscienza di sé e del proprio valore. Non bisogna dimenticare che anche per questo motivo, ad Anghiari, la Libera Università dell’Autobiografia ha avviato il progetto della Biblioteca nazionale delle Letterature dei Luoghi.
Portare l’attenzione del lettore sul concetto di auto-luogografia, per quanto ostico il termine possa apparire, mi è sembrato utile per meglio definire i confini del nostro “luogo-concorso” e ad aprire il percorso di lettura delle pagine che seguono. Ma prima di introdurre i testi qui pubblicati (i vincitori dell’edizione 2024 e altri ritenuti meritevoli per alcune particolarità) restano a mio avviso ancora due domande in sospeso:
1 – L’auto-luogografia è solo scrittura di verità?
2 – Sono o sarebbero effettivamente considerabili scritture appartenenti a questo genere, quelle inviate dai partecipanti al concorso?
Alla prima domanda ritengo si possa rispondere sì e no. Non già per tentare di aggirare l’ostacolo, ma al contrario per ricondurre la questione nel suo alveo naturale, che è quello della memoria. La presunta opacità del confine tra le due risposte non deve pertanto apparire come sintomo di indecisione: in realtà dipende dal fatto che proprio di memoria ci stiamo occupando, cioè di quella facoltà – chiedo aiuto qui a Duccio Demetrio – che è «una continua mescolanza di pensiero retrospettivo e di pensiero introspettivo»[4], la cui autorevolezza «si accresce, si nobilita ed eleva quando, alla spontanea attività del ricordo, si affianchi quel valore aggiunto che chiamiamo coscienza»[5].
La mente, però, trasforma i fatti, non è una fotografia, e pertanto un ricordo può essere «raccontato come se fosse una fotografia: e allora al pensiero retrospettivo e introspettivo dobbiamo aggiungere il pensiero funzionale»[6], ossia quell’attività di formazione di contenuti mentali che ci fa valutare la situazione nel modo più vicino possibile ad essa, e più utile per i fini che desideriamo raggiungere.
Dalla dimensione di ricerca di verità si passa a questo punto a quella di rispetto della veridicità, concetto che riporta alla sfera morale e che in autobiografia si sostanzia nel cosiddetto “patto autobiografico”, l’impegno che prende l’autore con se stesso e con il lettore di raccontare direttamente la propria vita (o una parte o un aspetto della sua vita, come è il caso della relazione con il luogo) in uno spirito di verità.
Ecco, questa è la possibilità di sconfinamento tra vero e verosimile che si crea nel delicato momento della scrittura del ricordo. Nel raccontare la vita in un luogo, ogni singolo autore riferisce ciò che di reale ha visto, appreso e sentito secondo la propria esperienza e sensibilità, avvalendosi del diritto di integrare la scrittura con qualche utile e necessario intervento narrativo (soprattutto quando si dà voce a storie ascoltate in famiglia, che richiedono di dare ordine e struttura alle informazioni in esse contenute). Ma potendo giurare in tutta onestà esclusivamente su un solo argomento: se stesso.
Se una certa cornice di fiction è quindi accettata dal canone autobiografico che è alla base della prima sezione del concorso, “racconti dei luoghi”, a maggior ragione questo vale per la sezione “racconti di storie memorabili di tempi lontani”, nella quale lo spazio narrativo si può estendere dal campo della realtà a quello della leggenda locale.
Questo secondo invito alla scrittura proposto dall’Albero delle ciliegie offre ancor più del primo la possibilità di far rivivere storie locali dimenticate o a cui ben pochi ormai prestano attenzione, destinate a perdersi nel passaggio tra generazioni. Storie ascoltate da altri, come ho sopra già accennato, quindi accolte dalla mediazione di narratori sagaci e appassionati che intendono salvarle e farle continuare a vivere. La tessitura della scrittura autobiografica, in questo caso, sembra doversi porre ancor più al servizio del luogo, dovendo riferire non di vissuti personali, ma di testimonianze altrui, che al luogo stesso appartengono. La possibilità di far superare al racconto il test dell’auto-luogografia dipende quindi in gran parte dal talento che chi scrive dimostra di possedere nel saper armonizzare stile, contenuto e presenza di sé.
Quest’ultima riflessione ci riporta al secondo interrogativo: sono o sarebbero effettivamente considerabili scritture appartenenti al genere quelle inviate dai partecipanti al concorso? La risposta in questo caso è più netta della precedente: valutando nel complesso l’esperienza delle tre edizioni è infatti possibile affermare che circa un terzo dei racconti ha dimostrato di avere i requisiti previsti, mentre il restante è dato da scritti che quei requisiti li hanno solo in parte o non li hanno affatto.
Senza alcun dubbio, si sono dimostrate autentiche storie auto-luogografiche tutte quelle che i voti della giuria hanno portato a essere inserite nell’elenco dei finalisti.
Alla terza fioritura del nostro “ciliegio” hanno contribuito quest’anno 43 tra scrittrici (la maggioranza) e scrittori. Una partecipazione numericamente inferiore rispetto a quella registrata nella precedente edizione, ma caratterizzata nel complesso dal buon livello qualitativo dei testi inviati. Ampia inoltre la dislocazione geografica dei luoghi narrati, diffusi su tutto il suolo nazionale in una panoramica che varia dai quartieri delle grandi città alle più sconosciute e sperdute frazioni.
Ma vediamo più da vicino i testi che proponiamo ai nostri lettori.
Lo storico quartiere genovese del Carmine è il protagonista del racconto primo classificato nella sezione A, scritto da Loriana Sperindio. Il titolo Io da bambina abitavo al Carmine mette con immediatezza in relazione il rapporto dell’autrice con il luogo, che nel testo torna a fluttuare in quegli anni Sessanta in cui l’antico veniva messo in discussione dall’avanzare di quella che si tradusse in un sostanziale rivolgimento culturale. «Le vecchie regole si stavano sgretolando e un mondo nuovo sembrava essere a portata di mano», commenta l’autrice mentre ridisegna un piccolo universo di affetti intriso di realismo magico. Anche un prete da lei molto amato e poi diventato famoso, Don Gallo, iniziò la sua rivoluzione nella chiesa del Carmine. E quando nel ’70 fu rimosso dalla Curia, nel quartiere fu vera sollevazione popolare.
Fragaiolo, frazione di Caprese Michelangelo (Arezzo), è il luogo raccontato da Lia Rubechi in Fragaiolo raccontato dai miei nonni, secondo classificato. Lo scenario è quello degli anni Trenta, in una raccolta di testimonianze che prendono le mosse da una cartolina dell’epoca. Nel racconto, la piccola frazione si trasforma in un universo identitario in cui la vita scorre nel rispetto di quelle usanze che sono regole non scritte, ma fondamentali.
È un altro quartiere urbano, Porta Palazzo a Torino, il proscenio sul quale Enea Solinas, terzo classificato, offre alla trasmissione della memoria il racconto di un’esperienza politica e sociale recente, quella vissuta dalla Comunità del Dono nata in concomitanza con la pandemia Covid. L’arte del dono parla di solidarietà e partecipazione; parla del piccolo miracolo realizzato in quell’agorà, diventata «luogo di dialogo e di rinascita collettiva.»
Primo premio per la sezione B, Il Badalischio di mio nonno, a firma di Fabrizia Fabbroni. Ambientato a Trevizzano, in provincia di Arezzo, il racconto parla delle leggende che ruotano attorno al mitico e simbolico «grosso e tozzo rettile dotato di corte zampe, di una prominente gemma in testa simile a una corona e di poteri straordinari.»
Ma – sorpresa – non si limita a questo: corredato da un’ampia ricerca di interessanti foto e immagini, contiene infatti la testimonianza della stessa autrice, spettatrice, grazie al nonno, di un’autentica manifestazione del Badalischio.
Achtung banditen, di Anna Pacciarini, secondo classificato, si svolge a Morena (Perugia) al confine tra Umbria e Marche tra il 1943 e il 1944. Nel piccolo borgo dal campo di prigionia di Renicci e da altri luoghi, arrivano giovani di diversa nazionalità, accolti e sostenuti da Don Marino Ceccarelli. Nascono così le prime formazioni partigiane della zona, a cui aderisce attivamente anche lo stesso prelato, destinato a passare alla storia come “il prete bandito”.
Il terzo posto vola in Sardegna, dove il racconto della giovane Vera Pilleri Da dove veniamo parla di San Sperate (Cagliari), luogo di origine dell’autrice, tra narrazione autobiografica familiare e richiami allo sviluppo socioeconomico del paese nell’ultimo secolo. Dal bisnonno a lei, l’immagine del paese affacciato sul Riu Mannu si esprime in una delicata eredità di affetti e di amore per la propria terra.
Fin qui i vincitori. Ma insieme ai testi premiati, i lettori troveranno in questa raccolta antologica anche i contributi di altri partecipanti.
Vando Cioli (sezione A), parrucchiere settantatreenne in quel di Siena, con la forza della semplicità ha condiviso tutto il suo affetto per la Val d’Orcia contadina degli anni Cinquanta/Sessanta, la terra da cui proviene.
Per la sezione B, Marco Marinuzzi, con Bene finisce bene, ha a sua volta ricostruito le vicende che gli sono state raccontate da due nonne attraverso i luoghi della loro vita: si parte da Anghiari e si approda a Trieste, in un totale abbraccio di riconoscenza alle due città.
Entrambi i racconti si sono meritati una particolare attenzione da parte della giuria, che ha deciso di segnalarli con una menzione speciale.
A completare il panorama narrativo di Luoghi in racconto, in questo caso per specifica scelta editoriale, dalla sezione A del concorso abbiamo selezionato le raffinate scritture di Irene Mascia (Quel piccolo borgo lassù) e di Daniela Rossi (Alfabetiere Venezia), autentici atti d’amore per due città italiane Patrimonio Unesco: il borgo salentino di Teggiano e Venezia. Per le “storie memorabili di tempi lontani”, infine, sono stati scelti i racconti di Roberta Stefanoni (Fammi povera, ti farò ricco), memoir di vita contadina cremonese, e di Lucio Zoboli (Dentro le mura), che ha per protagonista la modenese Nonantola.
Buon viaggio nei luoghi del terzo Albero delle ciliegie.
[1] L’albero delle ciliegie. Storie di paesi e paesaggi, Equinozi, 2022; Una tira l’altra. Nuove storie dell’Albero delle ciliegie, Equinozi, 2023.
[2] Sul tema del legame affettivo che ci unisce ai luoghi, vedi D. Demetrio, Legami, memorie, scritture di comunità in L’albero delle ciliegie. Storie di paesi e paesaggi, cit.
[3] P. Jedlowski, Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana, Mesogea, 2022.
[4] D. Demetrio, Il gioco della vita, Guerini e associati, 1997.
[5] D. Demetrio, La vita si cerca dentro di sé. Lessico autobiografico, Mimesis edizioni, 2017.
[6] Il gioco della vita, cit.