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Il grande valore delle piccole storie

La mia prefazione alle testimonianze di vita raccolte in “Canale Monterano”, a cura di Francesco Mancuso (in uscita).

Griot non la ricordavo. La parola rientrava tra quelle che, lette in un libro o udite in qualche particolare occasione, finiscono poi per essere dimenticate, insieme al loro significato.
A rinfrescarmi la memoria su questo termine ci ha pensato Francesco Mancuso riproponendolo nell’introduzione alle storie di Canale Monterano. Ho cercato su Wikypedia, quindi, e ho potuto verificare che nella cultura di alcuni popoli dell’Africa Occidentale, quello era il nome con cui veniva indicato il poeta e cantore che svolgeva il ruolo di conservare la tradizione orale degli avi.
Gente come noi, in un certo senso, mi sono detto. Come Mancuso, anch’io sono un cultore di storie di vita, cioè di memoria. A volte mi definisco narratore, altre redattore di storie: scherzando, dico anche “contastorie”, oppure richiamo l’efficace espressione inglese story-taker, che è un po’ come dire “acchiappa-storie”, e non ha nulla ha che fare con il più comune story-teller, normalmente riferito ad altri contesti.
Griot mi piace: è semplice, suona bene, e porta in sé la nobiltà della tradizione da cui proviene. Pur con tutti i distinguo del caso, penso che lo userò in futuro, quando dovrò spiegare in quale ruolo mi calo ogni volta che mi impegno in un nuovo progetto e, soprattutto, perché mi piace farlo.
Già, perché lo faccio?
La premessa di fondo, per me, è che tutto quanto ci circonda è narrazione. Ogni cosa racconta, e tutti noi raccontiamo e ci raccontiamo senza sosta, spesso inconsapevolmente, mossi da quell’istinto di narrare e di ascoltare storie che riceviamo in eredità fin dal primo vagito.
Viene da tempi remoti, questa ancestrale spinta a riferire e comunicare, a “mettere in comune” cioè noi stessi e i nostri pensieri per poter affermare la nostra presenza nel mondo. Ed è qualcosa che ci coinvolge nostro malgrado: “Il solo fatto di informare il mondo del nostro punto di vista – ha reso noto una recente ricerca scientifica – basta ad attivare le regioni cerebrali delle ricompense primarie, quelle che rilasciano la dopamina”.
Raccontare è dunque fonte di benessere. Amiamo farlo. Sostiene l’identità e nutre il senso di appartenenza, il diritto di dire io a quel noi che lo convalida sul piano sociale e che è elemento essenziale di ogni comunità. Ed è proprio a questo noi che credo dovremmo tendere, oggi che si legge sempre poco, ma in compenso si scrive con più facilità e superficialità, per non dire altro. In rete, ma senza rete.
Mancanza di ascolto e autoreferenzialità sono tratti macroscopici di questo fenomeno, rispetto ai quali si può decidere di rassegnarsi o di reagire. Io, come Francesco e molte altre persone sparse in giro per il territorio nazionale, appartengo alla seconda categoria di pensiero, quella che ama andare in controtendenza. Da alcuni anni raccolgo, scrivo e restituisco frammenti di storie “minori” che non meno di altre più illustri hanno il diritto e il dovere di essere raccontate e salvate dalla dimenticanza. Lo faccio in ordine a due motivi fondamentali: per garantirmi la mia equa dose di dopamina, senza dubbio; e perché lo ritengo utile sul piano sociale. Praticare questo modello di scrittura biografica fondata su ascolto e incontro può generare conoscenza, capacità di comprensione, sostenere senso di appartenenza, e tutela della memoria.
Essere griot, in altre parole, significa fare politica. E non dico politica “sociale”, attributo inutile, quasi tautologico: intendo proprio politica nel senso più ampio e più profondo di un termine che ha origine nella polis, il modello di città greca basato sull’attiva partecipazione degli abitanti.
So che è una piccola goccia nel mare, la mia. Un po’ utopica e molto idealista. Ma il mare, si sa, è la somma di un’infinità di gocce.
Coinvolgere e incontrare le persone, dare voce a chi, per difficoltà culturali, sociali o di disabilità mai penserebbe di mettersi a scrivere, a parlare di sé, è seminare grano in un terreno trascurato, ma molto fertile. Non importa quanto grande: basta anche un orto, nel quale qualcosa crescerà. Se le cose non si raccontano, del resto, non esistono.
Ogni volta che raccolgo qualche storia, e poi la restituisco con le mie parole, è sempre un momento di commozione e di sorpresa per le persone che vedono riconosciuto il valore della propria esperienza e della propria unicità. È un autentico scambio di doni, quello che si materializza attraverso un progetto di narrazione biografica.
Dall’individuo alla comunità attraverso le storie che percorrono il tempo si passa inevitabilmente alla dimensione identitaria dei luoghi: quell’inafferrabile genius loci di un territorio, al cui interno tante piccole storie contribuiscono a scriverne la Storia politica e sociale.
Nuto Revelli, primo tra tutti i raccoglitori di storie italiani, da questo punto di vista ci ha lasciato esempi indelebili con le testimonianze de Il mondo dei vinti e La strada del Davai.
«I miei interlocutori più validi sono i vecchi, perché sanno», scrive l’autore nell’introduzione al primo dei due libri. «I vecchi sono narratori e attori straordinari. Accettano sempre il dialogo, hanno fame di parlare».
Francesco Mancuso tutto questo lo sa bene, e lo ha ampiamente sperimentato e dimostrato nella sua rigogliosa ed encomiabile esperienza di cantore della comunità a cui appartiene, curando sempre di dare voce a chi di esperienza ne ha da vendere.
In questa muova raccolta di storie, altri colori si aggiungono al caleidoscopico disegno narrativo a cui Francesco si dedica nella veste di “reporter della memoria”. Se ricorro qui all’immagine da me ben conosciuta del giornalista è perché la tecnica da lui utilizzata nelle sue spumeggianti restituzioni ricorda molto l’intervista dell’inviato speciale che “entra in scena” nella storia, dialogando con il protagonista e annotando particolari che aiutano a mettere a fuoco la persona e il suo ambiente. Registratore e fotografo (speciale) al seguito, se non bastasse, completano il quadro da cui si desume il senso del compito da assolvere a cui l’autore si sente chiamato.
Si sente la vita, e il desiderio di vita, nelle pagine che raccontano Canale Monterano. Narrando di ricami, di lavorazione del legno, di poesie, di arte teatrale e di musica, il libro mostra in trasparenza volti di persone, aneddoti, tradizioni e parole che aiutano a ricomporre l’identità di un luogo in cui il tempo scorre ancora con ritmi umani. In cui il “fare” e il “saper fare” appaiono ancora come qualità importanti, degne di diventare patrimonio condiviso grazie al “far sapere” di cui Mancuso non manca mai di farsi portavoce.

 

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